LA PRIGIONE DELLA MENZOGNA: PERCHÉ ALBERTO STASI NON CONFESSERÀ MAI (E COME IL TEMPO STA DIVORANDO LA SUA MENTE)
C’è una condanna che nessuna perizia della Cassazione e nessun verdetto della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo potranno mai quantificare in anni o mesi. È la pena invisibile che sconta chi sceglie di vivere immerso in una bugia monumentale. Alberto Stasi, oggi ammesso all'affidamento in prova, continua a recitare la parte dell’innocente perseguitato, l'algido e colto ragazzo della Bocconi travolto da un errore giudiziario.
Ma la psicologia forense e la criminologia ci insegnano che la mancanza di una confessione, quando i fatti e le sentenze hanno stabilito la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, non è un atto di forza: è l'inizio di un inesorabile suicidio psichico.
Per capire cosa stia succedendo oggi nella mente di chi ha massacrato Chiara Poggi diciannove anni fa, bisogna scavare dietro la maschera del "bravo ragazzo" e guardare dentro l'abisso della sua struttura mentale.
L'illusione del controllo: dai 10.000 file nel PC al delitto
La menzogna di Alberto Stasi non è nata il 13 agosto 2007, il giorno del delitto di Garlasco. Era già scritta nei circuiti del suo computer. Agli atti del processo, come ricordato anche dal legale della famiglia Poggi, l'avvocato Gian Luigi Tizzoni, è rimasto impresso un dato inquietante: il sequestro di un archivio di oltre 10.000 file pornografici, meticolosamente suddivisi e catalogati per tipologia (materiale che il GUP nel 2009 ha poi escluso essere pedopornografia, derubricandone l'accusa, ma che mantiene intatto il suo peso clinico).
In psicologia, una catalogazione così seriale e ossessiva rivela un bisogno maniacale di compartimentazione e controllo. Il soggetto sente il bisogno assoluto di tenere separate le stanze della sua vita: da un lato la facciata pubblica immacolata dello studente modello e del fidanzato perfetto; dall'altro un sottomondo privato, virtuale, dove le persone vengono reificate, cioè ridotte a semplici oggetti da collezionare e dominare.
L'omicidio di Chiara Poggi, in questa chiave di lettura, è il momento in cui quel muro di contenimento è crollato. E la negazione assoluta che ne è seguita è l'estremo tentativo di ricostruirlo.
La pietrificazione della maschera e la morte dell'Io
Cosa succede alla mente di un assassino che rifiuta di confessare e decide di vivere una vita falsata? Si condanna alla pietrificazione emotiva.
Per non tradirsi mai, per non fare un passo falso davanti a un giornalista, a un educatore del carcere o a un utente sui social, Stasi deve calcolare ogni respiro, ogni sguardo, ogni inflessione della voce. Questa ipervigilanza costante ha un costo energetico mostruoso. Il soggetto perde la capacità di essere spontaneo: non può più permettersi di provare emozioni autentiche perché il "Sé che ha ucciso" deve rimanere sigillato in un angolo buio. La maschera del perbene si incolla al volto fino a sostituire l'anima, lasciando al suo posto solo un'immensa aridità affettiva.
La truffa della memoria: credere alla propria bugia
Il tempo, per chi non confessa, non è un medico, ma un falsario. La mente umana non è strutturata per sopportare per decenni una dissonanza cognitiva così violenta (l'idea di essere una persona superiore ed educata che convive con il ricordo di aver spaccato la testa alla propria fidanzata).
Per pura sopravvivenza biologica, il cervello attiva meccanismi di razionalizzazione estrema e rimozione. A forza di ripetere al mondo "io non sono stato", i ricordi reali dell'omicidio vengono alterati, distorti, fino a creare un falso ricordo protettivo. L'assassino diventa il primo, convinto testimone della propria innocenza. Non confessa perché, in un processo di spietata autodifesa narcisistica, ha costretto se stesso a dimenticare il sangue sui pedali della sua bicicletta.
L'esilio dall'umanità e il fallimento della rieducazione
Questa ostinata mancanza di verità taglia i ponti con qualsiasi forma di autenticità umana. Chi non confessa si condanna a una solitudine radicale. Stasi può anche ricevere lettere di sostegno da donne affascinate dal suo personaggio o post solidali sui social, ma sa – nel profondo – che quell'affetto è diretto allo spettro di un innocente che non esiste, non a lui. Non può avere amici reali, non può avere relazioni profonde, perché tra lui e l'altro si frappone un segreto inconfessabile.
Dal punto di vista del diritto e della rieducazione (Art. 27 della Costituzione), il suo percorso diventa un guscio vuoto. L'affidamento in prova ottenuto per buona condotta è un mero conteggio matematico, un'operazione burocratica per scalare 45 giorni a semestre. Senza l'ammissione del danno, senza l'elaborazione del lutto e il riconoscimento del dolore inferto alla famiglia Poggi, non c'è riscatto umano, ma solo un freddo calcolo utilitaristico.
Il verdetto della coscienza
Alberto Stasi può anche aver lasciato la cella di Bollate per lavorare, può aver vinto la sua battaglia per l'opinione pubblica più ingenua, ma ha perso quella contro la realtà.
Chi sceglie di morire con il proprio segreto si impone la pena più dura e degradante: quella di non poter mai più vivere un singolo secondo di totale verità. Fuori dal carcere di cemento, resta la galera della propria mente. L'assassino di Garlasco cammina libero per strada, ma rimarrà per sempre il carceriere e l'unica cella d'isolamento da cui non potrà mai evadere è quella che ha costruito dentro se stesso.
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