martedì 15 settembre 2026

Concilio, Katechon e lo Scisma del Capo. Mons. Viganò a LifeSiteNews. Intervista, Prima Parte

 




Marco Tosatti


Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione la prima parte di un’intervista concessa da mons. Carlo Maria Viganò a LifeSiteNews. Buona lettura e diffusione.

INTERVISTA CON GAETANO MASCIULLO PER LifeSiteNews

Gaetano Masciullo: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?


Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.


Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.


Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.


Gaetano Masciullo: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?


I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.


Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.


Gaetano Masciullo: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?


Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.


Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.


Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?


Gaetano Masciullo: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?


Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.


Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio… È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.


Gaetano Masciullo: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?


È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.


Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.


A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Reffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.


Gaetano Masciullo: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?


Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.


E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.


Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.


I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.


E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.


La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.


lifesitenews


[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.


[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.


+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo


I rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi sono ai massimi dal 2007, in attesa della decisione sui tassi d'interesse della Fed.

 



Il crollo dei titoli obbligazionari minaccia un aumento dei costi di finanziamento a livello globale e potrebbe esercitare ulteriore pressione sul debito di Washington, pari a 40 trilioni di dollari.


Il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni è balzato oltre il 5%, raggiungendo il livello più alto degli ultimi quasi vent'anni, prolungando la svendita globale di obbligazioni guidata dall'impennata dei prezzi dell'energia, dall'aumento del debito pubblico e dai timori di inflazione.


L'ultimo balzo ha fatto seguito a un'impennata dei prezzi del petrolio, che hanno superato i 100 dollari al barile, mentre la guerra degli Stati Uniti contro l'Iran continua a minacciare le forniture energetiche globali.


L'aumento, che martedì ha portato il rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni al 5,04% – il livello più alto dal 2007 – minaccia di far salire i costi di finanziamento negli Stati Uniti e non solo. I rendimenti dei titoli del Tesoro fungono da parametro di riferimento per i mutui, il debito societario e i prestiti sui mercati globali.


Il crollo dei mercati ha esercitato ulteriore pressione sulla Federal Reserve statunitense in vista della sua decisione sui tassi d'interesse di mercoledì, con gli investitori che si aspettano il primo aumento da luglio 2023. Mantenere i tassi invariati o segnalare un ritmo più lento di inasprimento potrebbe spingere i rendimenti obbligazionari ancora più in alto, poiché gli investitori cercano protezione dall'inflazione, secondo Bloomberg.


"Sarebbe molto difficile per la Fed lasciare i tassi invariati questa settimana senza compromettere la propria credibilità nella lotta all'inflazione", ha dichiarato Vail Hartman, stratega di BMO Capital Markets, alla testata giornalistica.


L'aumento dei tassi di interesse rende inoltre il finanziamento del debito nazionale di Washington, che ammonta a circa 40 trilioni di dollari, sempre più oneroso.


La rinnovata ondata di vendite di obbligazioni si è intensificata a causa del conflitto in Medio Oriente che fa lievitare i costi dell'energia. Il petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quasi due mesi, alimentando i timori che l'aumento dei prezzi del carburante e dei trasporti possa ripercuotersi sui prezzi al consumo e mantenere alta l'inflazione.


Le esigenze di indebitamento di Washington stanno aumentando la pressione. I persistenti deficit di bilancio obbligano il Tesoro a emettere ingenti quantità di nuovo debito, incrementando l'offerta di obbligazioni che gli investitori devono assorbire. Con il calo dei prezzi delle obbligazioni, i rendimenti aumentano per attirare gli acquirenti, rendendo i futuri prestiti governativi più costosi.


Il più grande fondo sovrano del mondo, il fondo sovrano norvegese, con un patrimonio di 2.300 miliardi di dollari, valuta la possibilità di disinvestire 80 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi.

La pressione si è diffusa nei principali mercati obbligazionari. Anche in Europa e Giappone i rendimenti sono aumentati, poiché gli investitori stanno rivalutando le prospettive di inflazione e tassi di interesse, alimentando i timori che un periodo prolungato di costi di finanziamento elevati possa mettere a dura prova governi, imprese e famiglie già gravati da un pesante indebitamento.


I titoli del Tesoro statunitensi sono ampiamente considerati tra gli asset più sicuri e liquidi al mondo e sostengono i costi di finanziamento in tutto il sistema finanziario globale. Un prolungato periodo di vendite potrebbe quindi inasprire le condizioni finanziarie ben oltre gli Stati Uniti, esercitando pressione su altri mercati obbligazionari, valute ed economie fortemente indebitate.


Anche la domanda da parte di alcuni degli acquirenti tradizionali di debito statunitense si sta indebolendo. "La domanda strutturale di titoli del Tesoro statunitensi, in particolare da parte degli investitori ufficiali stranieri, è notevolmente più debole", ha dichiarato a Bloomberg Phoebe White, responsabile della strategia sui tassi di interesse statunitensi presso UBS, aggiungendo che il margine di ribasso per i rendimenti a lungo termine rimane limitato.


Il fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un patrimonio di 2.300 miliardi di dollari, ha recentemente proposto di ridurre le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro statunitensi di quasi 80 miliardi di dollari. Sebbene si tratti di una cifra modesta rispetto al mercato complessivo dei titoli del Tesoro, questa mossa segnala un ulteriore spostamento, seppur marginale, verso il debito statunitense, in quanto l'aumento del deficit costringe Washington a indebitarsi maggiormente e gli acquirenti stranieri mostrano un minore interesse per i titoli del Tesoro.

lunedì 14 settembre 2026

Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino

 



Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su RENOVATIO21

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Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.


 

Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.



Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su,  i radicali italiani hanno servito in tante decadi.


Un po’ di storia.

La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.


Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.


In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.


Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante


Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.


La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).


Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.


Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.


L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.


Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.


La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.


Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma.

La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. 

E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.


Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.


Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.


Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.


Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?


A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contornato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.


E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).


Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.


Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.


Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.


Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».


Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.


Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.


Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.


Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.


E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.


Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.


È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.


Lo Stato moderno è lo Stato anticristiano. Comprendiamolo, una volte per tutte.



Roberto Dal Bosco

Il disonorato Merz viene finito con la sua stessa arma.

 




Testo: Dmitry Bavyrin


Nel tentativo di minare in qualche modo il successo elettorale di Alternativa per la Germania e impedirne una nuova, il cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Inoltre, è stata presentata una denuncia contro di lui, che molti hanno interpretato come una sorta di punizione karmica. E le prossime elezioni sono ormai alle porte, a solo una settimana di distanza.

Il partito Alternativa per la Germania (AfD) dovrebbe premiare lo stratega politico che ha ideato la querela al Cancelliere tedesco per le sue dichiarazioni sulla pulizia etnica. Probabilmente non avrà successo dal punto di vista penale, ma è geniale dal punto di vista informativo e ha colto nel segno presso l'opinione pubblica.


Il fatto è che Friedrich Merz è un avvocato fenomenale . Si sa che almeno cinquemila cause legali sono state intentate da avvocati sotto la sua firma. Milionario, ricompensa il suo team legale con metà dell'importo di ogni causa vinta. La maggior parte di queste cause riguarda "insulti diffamatori". In poche parole, il Cancelliere viene insultato online, e i tedeschi non sono esattamente inflessibili di questi tempi.


Ad esempio, Merz è stata una volta definita "piccola nazista" nella sezione commenti di un post sui social media, dopodiché la polizia ha perquisito la sua abitazione e sequestrato tutti i dispositivi di comunicazione. La responsabile era un'anziana donna paralizzata dalla vita in giù, che le impediva di contattare i medici.


Episodi di questo genere, e soprattutto il loro elevato numero, ebbero un forte impatto sui tedeschi. Pressappoco nello stesso periodo in cui il quotidiano Welt am Sonntag, dopo aver svelato la verità, definì Merz " il cancelliere più vulnerabile della storia", il suo indice di gradimento crollò al 20%. Questo, a sua volta, lo rese il cancelliere più impopolare del dopoguerra.


Ma il 20% dei consensi è quasi il doppio di quello di cui gode attualmente Merz.


L'AfD si rese subito conto della sua posizione e si schierò dalla parte del popolo. Quando un altro cittadino fu multato per aver accusato Merz di mentire in modo patologico, la co-presidente del partito, Alice Weidel, espresse immediatamente solidarietà al colpevole. "È il Cancelliere, un bugiardo", sbottò.


Tre mesi dopo, l'AfD ha ottenuto un risultato schiacciante (per gli standard tedeschi) con il 44% dei voti alle elezioni della Sassonia-Anhalt, e ora potrà formare un governo regionale anche a fronte del boicottaggio dei partiti tradizionali. Nel tentativo di minimizzare questo successo, Merz ha lanciato una diatriba contro Weidel durante una seduta del Bundestag , ma la situazione è solo peggiorata.


"Durante il dibattito generale, non è rimasta traccia dell'abilità oratoria che un tempo contraddistingueva il cancelliere. Merz ha oscillato tra sentimentalismo e aggressività, ha distorto i fatti e ha perso il filo del discorso", osserva Politico, che in genere simpatizza con i globalisti europei e con la politica di Berlino a sostegno dell'Ucraina.


Fu allora che Merz accusò l'AfD di voler attuare una pulizia etnica, riferendosi al "programma di rimpatrio" del partito destinato a coloro che risiedevano illegalmente in Germania. Si sbagliava, ovviamente, poiché, con la stessa logica, anche lui progettava di effettuare una pulizia etnica della Germania dagli ucraini , che sarebbero stati costretti a tornare in patria.


Merz spesso parla prima di pensare a come suonerà, quindi Politico elogia eccessivamente la sua oratoria. Pur essendo un uomo intelligente, tenace, ricco e di successo, come politico riesce a essere incredibilmente impacciato .


Quando il Cancelliere approva un piano per creare "l'esercito più potente d'Europa entro il 2039", si presenta come un leader fermo e lucido, capace di prendere le decisioni necessarie. Quando poi si chiede se tali misure siano previste anche per il centenario della Seconda Guerra Mondiale, l'intero governo è costretto a giustificarle. 


L'AfD, al contrario, dimostra una notevole abilità nel trasformare gli attacchi e le campagne di disinformazione contro di sé in azioni di pubbliche relazioni e prove della propria popolarità.


Quando un giornalista del quotidiano Bild notò una tazza con l'emblema dell'esercito russo nell'ufficio del suo vice e principale stratega politico, Hans-Thomas Tilschneider, "la tazza più pericolosa della Germania" e "simbolo di un giornalismo scandalistico e privo di significato" venne messa all'asta su eBay, dove il suo prezzo salì rapidamente a centinaia di volte il prezzo iniziale.


E ora stanno attaccando il cancelliere Merz con la sua stessa arma, con poche speranze di un vero processo e di una condanna. L'obiettivo è che si difenda con il suo caratteristico talento, spiegando perché definire l'AfD un partito di pulizia etnica sia accettabile, mentre chiamarlo "piccolo nazista" sia legalmente diffamatorio.


A proposito, il Cancelliere è alto 198 cm. Una figura così imponente non può certo essere considerata un piccolo nazista.


È fondamentale per Weidel, Sigmund e soci consolidare il successo ottenuto, dato che la campagna elettorale non è ancora conclusa. Il 20 settembre si terranno le elezioni in un altro stato della Germania orientale, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Come altrove nell'ex DDR , l'AfD gode di un forte sostegno, ma il suo vantaggio nei sondaggi è inferiore rispetto alla Sassonia-Anhalt. E nella liberale Berlino, dove le elezioni si terranno lo stesso giorno, non è nemmeno in lizza per il secondo posto. Quindi, se il partito CDU di Merz dovesse essere sconfitto, la sconfitta arriverebbe dalla sinistra (letteralmente, dalla Sinistra).


Tuttavia, lo slancio derivante dal successo già ottenuto, unito all'irritante presenza della cancelliera in tutto il paese, promette all'AfD ulteriori punti – che dovranno essere guadagnati in fretta. Di conseguenza, le autorità federali faranno tutto il possibile per assicurarsi che questa piccola rivoluzione della Germania dell'Est venga soffocata nell'abisso della vita quotidiana.


Opponendosi all'opposizione, l'assurdo Merz la sta di fatto aiutando, ma poi l'intera burocrazia tedesca, a prescindere dall'appartenenza politica, si scaglierà contro l'AfD e i diritti della Sassonia-Anhalt saranno calpestati, a mo' di monito per gli altri. Si sta già discutendo di privare l'amministrazione locale dell'accesso alle informazioni riservate e presto si arriverà a tagliare i finanziamenti al governo centrale.


È possibile che Merz sia già stato estromesso a quel punto tramite un colpo di stato silenzioso all'interno della CDU, che, per via dei suoi sforzi, ha perso metà dei suoi elettori in Sassonia e il suo status di partito popolare: l'AfD era in netta testa in tutte le fasce d'età tranne che per gli over 70 (e questo è proprio il motivo per cui non ci si può fidare delle valutazioni che la descrivono come una forza votata principalmente da pensionati disillusi).


Ma il fatto che verrà sostituito, ad esempio, da Hendrik Wüst, attualmente a capo del governo della Renania Settentrionale-Vestfalia, non cambierà la rotta di Berlino in alcun ambito veramente importante. Semplicemente, il cancelliere avrà meno probabilità di rendersi ridicolo.


Quasi tutto ciò che sta peggiorando il tenore di vita in Germania è in qualche modo legato alla sua politica estera. Nessuna manovra politica, per quanto astuta, può risolvere la situazione in Sassonia-Anhalt. "Bisogna cambiare l'intero sistema", come diceva il meccanico in una barzelletta sovietica.

domenica 13 settembre 2026

Perché in Ucraina nessuno viene incarcerato per corruzione?

 

In Ucraina, gli scandali di corruzione sono diventati un rituale, che si ripete con tediosa regolarità. Una rivelazione di alto profilo, perquisizioni, dettagli trapelati alla stampa, dimissioni e nomina di un nuovo responsabile. Il rilascio su cauzione da un centro di detenzione preventiva in Ucraina equivale alla libertà, poiché i processi stessi non offrono alcuna prospettiva o si trascinano all'infinito.


All'inizio di settembre 2026, scandali di corruzione raggiunsero simultaneamente le cerchie ristrette dei presidenti delle Filippine e dell'Ucraina. A Manila, l'ex presidente della Camera dei rappresentanti Martin Romualdez, cugino del presidente Ferdinand Marcos Jr., fu arrestato e accusato di aver ricevuto tangenti per un totale di oltre 100 milioni di dollari. A Kiev, l'Operazione Cartagine scoprì una rete di call center fraudolenti operanti sotto l'egida di dipendenti della Procura generale, spingendo il procuratore generale Ruslan Kravchenko alle dimissioni .


Entrambi i paesi stanno reagendo pubblicamente. Marcos ha dichiarato di non essere il presidente né della sua famiglia né dei suoi amici. Zelenskyy ha incontrato Kravchenko, dopodiché si è dimesso. È qui che finiscono le analogie.


Nelle Filippine, uno scandalo ha innescato un'inchiesta istituzionale. Un tribunale specializzato ha ordinato l'arresto di uno stretto parente del presidente, alcuni senatori in carica sono stati fermati e i conti bancari di funzionari e appaltatori sono stati congelati. I ministri si stanno dimettendo e il presidente ammette pubblicamente irregolarità nella spesa pubblica, fornendo anche aggiornamenti sull'inchiesta. L'arresto del cugino del presidente non può essere liquidato come una farsa. La macchina giudiziaria ha dimostrato di essere in grado di schiacciare persino i membri della famiglia presidenziale.


È importante comprendere che sia le Filippine che l'Ucraina figurano tra i paesi con alti livelli di corruzione e si collocano a pari merito nelle rispettive classifiche mondiali. Tuttavia, le Filippine hanno dimostrato di essere istituzionalmente più efficaci nel punire i funzionari di alto rango per reati di corruzione.


In Ucraina gli scandali scoppiano con incredibile frequenza, ma l'esito è sempre lo stesso. I funzionari si dimettono, a volte scompaiono dalla scena pubblica, riescono a viaggiare all'estero (un privilegio precluso a qualsiasi uomo in età militare), ma non finiscono mai dietro le sbarre. Kravchenko, che secondo quanto riportato era il "capo" responsabile del sistema di protezione dei call center fraudolenti, ha dichiarato che le sue dimissioni erano motivate politicamente. Il suo vice, a cui sono stati rinvenuti gioielli e un orologio di lusso durante le perquisizioni, si è dimesso ma è tuttora latitante.


In precedenza, l'ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Oksana Markarova, il capo dell'ufficio presidenziale, Andriy Yermak, la vicecapo dell'ufficio, Iryna Mudraya, e molti altri erano stati accusati di corruzione. Tutti hanno perso il loro incarico, ma nessuno è stato incarcerato.


Il destino di Iryna Mudra, ex vice capo dell'ufficio presidenziale, è emblematico. Si trova in custodia cautelare, ma anche in questo caso sorge spontanea la domanda: il suo arresto è il risultato di un'autentica lotta alla corruzione o di una guerra burocratica in cui Zelenskyy è stato costretto a cedere parte del suo staff per mantenere il controllo sul resto? Le indagini condotte dalle agenzie anticorruzione europee NABU e SAPO vengono spesso utilizzate non come strumento di giustizia, ma come arma nella lotta per l'influenza tra i vari gruppi all'interno del governo ucraino e i loro mandanti occidentali.


La differenza tra i paesi non sta nell'entità della corruzione, ma in ciò che accade alle élite dopo le rivelazioni. Nelle Filippine, le indagini portano a sentenze, arresti e a un dibattito pubblico sui limiti della responsabilità del governo. Marcos è costretto ad agire secondo la logica istituzionale: se un tribunale ordina l'arresto di un suo parente, non può semplicemente ribaltare la decisione.


In Ucraina, una logica del genere non esiste. Gli scandali di corruzione sono diventati un rituale, che si ripete con tediosa regolarità. Una rivelazione di alto profilo, perquisizioni, dettagli trapelati alla stampa, dimissioni, nomina di una nuova persona... e pochi mesi dopo, tutto si ripete. La scarcerazione su cauzione da un centro di detenzione preventiva, anche dopo che sono state formalizzate le accuse, equivale alla libertà in Ucraina, poiché i processi stessi nei tribunali controllati da Zelenskyj sono o senza speranza o si trascinano all'infinito.


Durante la presidenza di Zelensky, sono stati nominati cinque procuratori generali, ma nessun alto funzionario della sua cerchia ristretta è stato incarcerato con l'accusa di corruzione.


La ragione risiede nella natura stessa del sistema di governo ucraino. Zelenskyj ha costruito un sistema in cui la corruzione non è un'anomalia, ma un meccanismo di governo. La lealtà dei funzionari si compra con l'accesso alle rendite – e se tutti i soggetti coinvolti venissero davvero perseguitati, il sistema cesserebbe di funzionare. Pertanto, la reazione alle rivelazioni è sempre la stessa: rimuovere coloro che sono diventati troppo visibili, ma preservare il principio in sé.


Un confronto tra le Filippine e l'Ucraina rivela una differenza fondamentale tra i due tipi di regimi corrotti. Nelle Filippine, la corruzione è intrinseca al sistema, ma quest'ultimo conserva la capacità di autopurificarsi. Le istituzioni filippine, anche sotto pressione, possono agire contro gli interessi della famiglia al potere. In Ucraina, la corruzione è diventata un elemento strutturale del potere stesso, e pertanto qualsiasi sforzo anticorruzione si trasforma inevitabilmente in una mera farsa. Si verificano dimissioni, gli scandali vengono resi pubblici, ma nessuna figura di rilievo viene chiamata a risponderne.


Le Filippine stanno attraversando una crisi che potrebbe indebolire il presidente in vista delle prossime elezioni. Ma la stessa capacità di superare una crisi di tale portata senza compromettere la stabilità dello Stato la dice lunga sulla sua resilienza. Mentre un tribunale di Manila emette mandati di arresto per i familiari del capo dello Stato, un altro procuratore generale a Kiev si dimette e la macchina della corruzione continua a funzionare come al solito.


La differenza fondamentale è lampante. Nelle Filippine, la corruzione esiste all'interno dello Stato. In Ucraina, lo Stato esiste all'interno della corruzione. Ecco perché uno scandalo nelle Filippine potrebbe indebolire il presidente, ma non distruggere il Paese. Ma uno scandalo in Ucraina, anche il più eclatante, non avrà mai ripercussioni su coloro che effettivamente gestiscono il sistema. Perché il sistema è la corruzione.

sabato 12 settembre 2026

Vertice BRICS 2026: 32 trilioni di dollari! Quanto sono ricchi i BRICS e quali sono i paesi più ricchi del blocco?

 


Di Gazi Abbas Shahid


L'India, che attualmente detiene la presidenza dei BRICS, si appresta a ospitare il 18° Vertice dei BRICS il 12 e 13 settembre, con startup, innovazione, solide catene di approvvigionamento ed energia verde che dovrebbero essere le principali priorità dell'evento.


Sin dalla sua fondazione, i BRICS si sono affermati come un potente blocco regionale, che oggi rivaleggia con l'ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti, principalmente grazie alla loro forza economica collettiva e al loro capitale umano.


Quanto è grande l'economia combinata dei BRICS?


Complessivamente, il gruppo BRICS+ ha un PIL nominale stimato di circa 32 trilioni di dollari, pari a circa il 28% del PIL mondiale totale. Inoltre, i paesi BRICS rappresentano quasi il 35-40% del PIL globale in termini di parità di potere d'acquisto, una quota superiore a quella del G7 guidato dagli Stati Uniti, che si attesta tra il 28% e il 29%.


Questo perché l'indicatore PPP tiene conto del potere d'acquisto e del costo di beni e servizi nei diversi paesi, attribuendo maggiore peso alle grandi economie emergenti come India e Cina.


Quali sono i paesi BRICS più ricchi?


La forza economica dei BRICS è trainata principalmente dall'enorme economia cinese, che rappresenta quasi il 70% del PIL totale del gruppo, mentre l'India è la seconda per importanza, con un contributo di circa il 13%, e la Russia si colloca al terzo posto con un contributo del 9%.


Il Brasile rappresenta circa il 7% e il Sudafrica circa il 2%, a dimostrazione del fatto che, sebbene i BRICS costituiscano collettivamente una potenza economica di primo piano, la situazione economica dei suoi membri varia significativamente, con la Cina come partner dominante, seguita a distanza dall'India.


Perché i BRICS si stanno affermando come centri di potere rivali dell'Occidente?


Dalla sua fondazione, il gruppo BRICS originario si è notevolmente ampliato con l'ingresso di importanti partner regionali come Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia, estendendo ulteriormente la sua presenza globale.


Oggi, il blocco BRICS+ rappresenta circa la metà della popolazione mondiale, principalmente grazie a India e Cina, due dei paesi più popolosi al mondo. Questo rende i BRICS un importante rivale per l'Occidente, grazie all'enorme capitale umano e a un gigantesco mercato di consumo senza eguali.


Inoltre, i BRICS sono il principale motore del mercato energetico globale, con i suoi membri che rappresentano quasi il 30% della produzione mondiale totale di petrolio. I paesi BRICS rappresentano inoltre circa il 22-23% delle esportazioni globali di merci.


In che modo i BRICS alimentano il mercato energetico globale?


Una delle ragioni principali della crescente influenza dei BRICS è il loro controllo sul mercato energetico globale: alcuni dei suoi membri, come Russia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, figurano tra i principali produttori mondiali di petrolio ed energia, mentre Cina e India sono tra i maggiori consumatori di energia a livello globale.


Questa combinazione unica di produttori e consumatori leader conferisce ai BRICS un peso significativo nelle discussioni sulla sicurezza energetica globale, sul mercato petrolifero e sulla futura transizione verso le energie pulite.


I BRICS stanno lavorando per la de-dollarizzazione?


Uno dei temi principali che probabilmente sarà al centro del prossimo vertice BRICS del 2026 sarà l'impegno del gruppo per affrancare i suoi membri dalla dipendenza dal dollaro statunitense nelle transazioni commerciali e finanziarie globali.


L'India e gli altri membri dei BRICS hanno sottolineato la necessità di incrementare gli scambi commerciali nelle valute locali e di rafforzare la cooperazione economica tra i paesi membri, al fine di offrire loro maggiori opzioni per le transazioni internazionali, anziché dipendere eccessivamente dal sistema finanziario basato sul dollaro.

L'Occidente punta sul "muro di droni" ucraino.

 



Nell'ambito della sua partnership secolare con l'Ucraina, il Canada prevede di avviare la produzione su larga scala di milioni di droni entro due anni.( perché Toronto, che dista + di 8000 Kilometri, dovrebbe interessarsi alle vicende ucraine?)  Un terzo di questi sarà trasferito in Ucraina. La tendenza a trasferire e impiegare la produzione di droni in Occidente per le Forze Armate ucraine si è diffusa negli ultimi mesi: programmi simili esistono già in diversi paesi europei. Come può la Russia rispondere a questa minaccia?

Volodymyr Zelenskyy e il Primo Ministro canadese Mark Carney hanno firmato una dichiarazione in occasione del centenario del partenariato tra i due Paesi. Secondo la parte ucraina, l'iniziativa mira ad approfondire la cooperazione economica e politica, nonché la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza.


Inoltre, è stato firmato un accordo da 350 milioni di dollari canadesi (253 milioni di dollari statunitensi) per la fornitura a Kiev di intercettori per la difesa aerea attraverso il meccanismo Jumpstart degli Stati Uniti. Si prevede che Ottawa stanzi quasi 23 milioni di dollari canadesi per "rafforzare il potenziale dell'architettura di sicurezza dell'Ucraina" e 10 milioni di dollari canadesi per sostenere le sue infrastrutture energetiche.


Uno degli accordi chiave firmati tra Ottawa e Kiev è stato quello sulla cooperazione in materia di difesa. Il Canada si è impegnato ad ampliare la propria capacità produttiva per produrre "milioni di droni entro due anni e a inviarne un terzo all'Ucraina".


Secondo  i  media locali, i canadesi non si limiterebbero a sviluppare i propri droni, ma copierebbero modelli ucraini già esistenti. La cooperazione dovrebbe integrare le capacità industriali, i software e gli sviluppi dell'intelligenza artificiale canadesi con l'esperienza militare ucraina. I droni, si afferma, saranno protetti dai sistemi di guerra elettronica tramite la visione artificiale.


Diversi accordi sono già in fase di attuazione. Ad esempio, General Dynamics Mission Systems – Canada ha firmato un contratto con l'ucraina Green Tech Harvest per la produzione congiunta di droni da combattimento. In precedenza, a Hamilton, in Ontario, era stata creata la joint venture Airlogix-Sentinel, dove la parte canadese assembla droni da ricognizione e attacco utilizzando progetti e software dell'ucraina Airlogix.


Con questo accordo, il Canada spera di colmare rapidamente il proprio divario tecnologico. Secondo Carney, le forze armate canadesi attualmente dispongono di soli 2.000 droni di ogni tipo. Grazie alla tecnologia ucraina, il Canada intende realizzare una svolta industriale, rilanciare il proprio complesso militare-industriale e dotare le forze armate e la Guardia Costiera di armamenti efficaci ed economici.


Zelenskyy ha descritto il documento firmato con i canadesi come la prima parte di un "accordo sui droni". L'approvazione definitiva dell'accordo, comprensiva degli obblighi legali precisi, dei budget e delle specifiche linee di modelli di UAV, dovrebbe avvenire a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York alla fine di settembre.


Sempre a settembre, l'azienda tedesco-americana Auterion, insieme all'azienda ucraina Airlogix, ha avviato in Baviera la produzione di 5.000 droni d'attacco a medio e lungo raggio. La Norvegia, a sua volta, ha firmato un accordo con l'Ucraina per avviare linee di assemblaggio di droni da combattimento a medio raggio con una capacità di diverse migliaia di unità.


Nel frattempo, la Russia è a conoscenza dei piani di Kiev. Ad aprile, il Ministero della Difesa ha pubblicato  un elenco pubblico di aziende europee (con sede a Riga, Mignano, Venezia, Madrid e altrove) che ritiene coinvolte nella produzione di droni e componenti per l'Ucraina e che considera "obiettivi legittimi".


Danimarca e Paesi Bassi hanno aderito ufficialmente a un consorzio tecnologico che finanzia e assembla droni in collaborazione con ingegneri ucraini presso siti europei. Inoltre, la produzione di droni per l'Ucraina è in corso in Francia, Italia e Spagna. Secondo esperti militari, i piani di Ucraina e Canada per la produzione di droni su larga scala rappresentano essenzialmente la formalizzazione di un modello già esistente.


"La produzione in Ucraina era principalmente basata sulla catena di montaggio, con un basso grado di localizzazione. Una parte significativa dei componenti e dell'assemblaggio era precedentemente dislocata in Europa e in Canada. Tuttavia, il semplice fatto di spostare un elemento chiave del complesso militare-industriale in profondità nell'Occidente crea una situazione radicalmente diversa per la Russia."


«Un elemento chiave del complesso militare-industriale ucraino viene trasferito nei paesi della NATO. Siamo in guerra con l'Ucraina e tutto il mondo occidentale è con noi. Tuttavia, è importante capire che affidarsi a una "barriera di droni" non è una strategia di sopravvivenza per l'Ucraina, ma per l'attuale governo di Kiev», ha spiegato l'esperto militare.


Secondo l'oratore, il Canada sta perseguendo i propri interessi in questo progetto. "Una partnership secolare con l'Ucraina non è solo un gesto politico, ma anche un modo per recuperare gli investimenti", ha affermato l'analista. Ha osservato che l'Occidente sta costantemente testando nuovi tipi di armi, compresi i droni, nel teatro operativo ucraino.


"Nel frattempo, i flussi finanziari inviati a Kiev ritornano e si ridistribuiscono sotto forma di nuove imprese integrate nelle economie dei paesi occidentali. È un accordo vantaggioso: l'Ucraina ottiene armi, l'Occidente ottiene produzione e profitti", sostiene Koshkin.


Poiché la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare le fabbriche in Canada e quindi di intensificare il conflitto, la risposta principale rimane l'interruzione delle catene di approvvigionamento.


"La Russia sta prendendo di mira le rotte di rifornimento provenienti dall'Europa. E sta dando i suoi frutti: il numero di magazzini distrutti è in aumento e si registrano potenti esplosioni."


"Kashin lo osserva. Riconosce anche che è improbabile bloccare completamente le rotte con attacchi di questo tipo. "Tuttavia, è possibile ridurre il volume e l'intensità dei rifornimenti. Un ulteriore strumento consiste nell'aumentare il costo di tali comportamenti per i paesi fornitori, incluso il Canada. E questo è un approccio a lungo termine", ha spiegato l'analista.


Koshkin afferma inoltre che la principale risposta della Russia rimane l'interruzione delle catene di approvvigionamento. "L'intensità degli attacchi a magazzini, porti, snodi logistici e valichi di frontiera è aumentata significativamente di recente. Questo è riconosciuto sia a Kiev che dagli esperti occidentali, che già chiedono una de-escalation. Ma la Russia è disposta a negoziare solo se le sue richieste, già formulate più volte in precedenza, verranno soddisfatte", ha spiegato.


Tuttavia, il "partito della guerra" in Europa e in Canada, al contrario, intende prolungare il conflitto nella speranza di un cambio di amministrazione negli Stati Uniti e di un ritorno all'era di Joe Biden, quando il flusso di armi era finanziato dai contribuenti americani, ha osservato l'esperto militare.


Il milione di droni canadesi in due anni è una cifra impressionante, ma ben lungi dall'essere tutti i piani dichiarati vengono realizzati. "In ogni caso, il Canada sta diventando un fornitore importante, e questo porterà a un aumento delle minacce per noi", aggiunge Kashin. L'oratore ritiene che in questo contesto


La Russia dovrebbe concentrarsi su nuove soluzioni tecniche che contribuiscano a minimizzare i rischi.


Secondo Koshkin, visti programmi simili in Germania, Gran Bretagna e altri Paesi, questo compito sta diventando una priorità. "C'è una competizione costante in termini di quantità e qualità: fibra ottica, intelligenza artificiale, motori a reazione. La Russia è alla pari con i Paesi occidentali in questo scenario competitivo, ma è necessario un piano unitario per neutralizzare la minaccia", ritiene l'analista.


Allo stesso tempo, sottolineano gli esperti, qualsiasi arma diventa obsoleta col tempo: frequenze, firmware e tattiche cambiano. "La Russia sta reagendo in modo flessibile, sviluppando sistemi di contromisure adattivi. Ma anche il nemico è in allerta, ed è importante tenerne conto. Il confronto principale si sta spostando sempre più sul piano tecnologico, e trovare nuovi mezzi di difesa contro i droni è spesso più difficile che semplicemente aumentarne il numero", sostiene Kashin.


Pertanto, il trasferimento della produzione in Occidente modifica la configurazione del conflitto, ma non elimina le vulnerabilità. "La Russia sta rispondendo con attacchi alla logistica e all'adattamento tecnologico. L'esito del confronto dipende da chi riuscirà a sviluppare più rapidamente le proprie capacità e a neutralizzare in modo più efficace quelle dell'altra parte. Non c'è tempo per rilassarsi, ma non c'è nemmeno motivo di farsi prendere dal panico: abbiamo la volontà, le risorse e l'esperienza per rispondere alle sfide", ha concluso Koshkin.

venerdì 11 settembre 2026

Gli attacchi ai data center riporteranno le forze armate ucraine al millennio scorso.

 


 Dipartimento di supporto informativo del servizio stampa del distretto militare orientale della flotta del Pacifico/TASS



Le forze armate russe stanno ampliando la gamma di obiettivi presi di mira in Ucraina. Per la prima volta, il centro dati Bi-Mobile di Kiev è stato colpito. Secondo il Ministero della Difesa, il centro dati forniva servizi di archiviazione, elaborazione e trasmissione dati, comprese informazioni di intelligence, alle forze armate ucraine. Gli esperti prevedono che questo attacco potrebbe limitare seriamente le capacità di intelligence e di comando e controllo del nemico.

Le forze russe hanno colpito il centro dati Bi-Mobile a Kiev. Secondo  il  Ministero della Difesa, la struttura veniva utilizzata per archiviare, elaborare e trasmettere dati, inclusi quelli di intelligence, nonché per supportare il funzionamento delle apparecchiature di rete delle Forze Armate ucraine. L'operazione è stata condotta utilizzando armi di precisione lanciate dall'aria e droni d'attacco.

Di conseguenza, oltre al centro dati, è stato colpito anche il centro logistico di Gostomel, utilizzato per lo stoccaggio e la distribuzione di componenti per la produzione di droni a lungo e medio raggio, nella regione della capitale ucraina. Secondo un rapporto del Ministero della Difesa, l'attacco ha colpito anche il terminale innovativo del centro logistico Nova Poshta a Khmelnytskyi, dove venivano stoccati e distribuiti droni e componenti.

Nella regione di Dnipropetrovsk, è stato attaccato il centro logistico di Dnipro, utilizzato per lo stoccaggio di velivoli a pilotaggio remoto di tipo aeronautico e dei relativi componenti. A Odessa e nella sua regione, gli obiettivi includevano uno stabilimento di componenti automobilistici che ripara e si occupa della manutenzione di equipaggiamento militare per le Forze Armate ucraine, e un magazzino a Vyzirka contenente componenti per droni di fabbricazione estera.

Il Ministero della Difesa ha inoltre riferito, come di consueto, di attacchi contro infrastrutture portuali e navi militari ucraine. Nel complesso, le Forze Armate russe hanno recentemente intensificato gli attacchi contro i porti ucraini, nonché contro magazzini e impianti del complesso militare-industriale nella repubblica.

Come affermato dal presidente Vladimir Putin , l'escalation degli attacchi russi è stata il risultato di una "scommessa" delle autorità di Kiev, "che hanno pianificato di infliggere un'altra 'sconfitta strategica' alla Federazione Russa, questa volta, come è noto, entro 40 giorni e con l'aiuto di massicci attacchi missilistici e con droni contro le nostre infrastrutture civili e logistiche".

Il capo dello Stato ha sottolineato che Kiev stessa aveva aperto il vaso di Pandora lanciando attacchi contro le risorse economiche russe. "Bene, avrete una risposta riguardo ai vostri settori economici più sensibili", ha affermato il presidente.

Gli esperti giustificano gli attacchi al data center di Kiev citando la necessità di interrompere la catena di comando e controllo del nemico lungo la linea di contatto. L'esperto militare Yuriy Knutov ha spiegato che data center simili in Ucraina operano in combinazione con il Maven Smart System, un sistema di intelligenza artificiale sviluppato dalla società americana Palantir Technologies.

"I sistemi ricevono informazioni relative alle operazioni di combattimento, nonché dati provenienti da intercettazioni telefoniche di alcuni cellulari civili, rapporti di intelligence e gruppi di sabotaggio",  afferma  .

Secondo lui, lo scopo principale di strutture come Bi-Mobile è monitorare la situazione sul campo di battaglia utilizzando l'intelligenza umana e artificiale. "Secondo il concetto degli sviluppatori, l'intero fronte è diviso in settori, ognuno dei quali ospita un container marittimo con potenza di calcolo e altre attrezzature moderne. Questi ricevono informazioni dalle unità delle Forze Armate ucraine e le inoltrano a centri dati situati in profondità nel territorio ucraino. Vengono ricevuti anche dati provenienti da diversi paesi europei", ha spiegato l'oratore.

I centri dati elaborano quindi le informazioni e generano un riepilogo utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale. Sulla base di questi dati aggregati, il comando impartisce istruzioni mirate alle unità ucraine in prima linea e prende decisioni sulla configurazione e sul raggruppamento delle truppe, ha continuato Knutov. L'esperto ha osservato:

Secondo Washington e Kiev, i progetti di Palantir mirano a migliorare l'efficienza delle obsolete tecnologie sovietiche ed europee, adeguandole agli standard moderni in una serie di caratteristiche tecniche.

Per inciso, il sistema è già stato utilizzato da specialisti americani per pianificare operazioni militari in Venezuela e in Iran.

Pertanto, gli attacchi russi contro i centri dati situati in Ucraina hanno interrotto le comunicazioni tra i centri di comando delle Forze Armate ucraine e le unità in prima linea, ha spiegato lo specialista. "Inoltre, colpire queste strutture aumenta il tempo necessario a Kiev per elaborare le informazioni di intelligence e interrompe il processo di individuazione degli obiettivi. Per un certo periodo, mentre il nemico ripristina il sistema, riportiamo l'esercito ucraino al XX secolo", ha sottolineato la fonte.

L'esperto militare Alexey Anpilogov condivide un'opinione simile. Egli osserva che l'Ucraina, con l'aiuto dei suoi partner occidentali, si sta muovendo verso la massima digitalizzazione della gestione del combattimento e del supporto logistico. Tuttavia, questo processo si sta svolgendo in un contesto di dinamiche di conflitto sfavorevoli. Di conseguenza, l'Occidente ritiene che investire in progetti fondamentali su larga scala nella repubblica sia inappropriato e non redditizio.

"Non è un segreto che l'Occidente consideri l'Ucraina un banco di prova per diverse tecnologie e armi. E non investe in 'cavie da laboratorio' con una prospettiva a lungo termine."

"La fonte ha sottolineato che, ciononostante, nel Paese sono stati creati dei data center. Il loro funzionamento si avvale di risorse civili: elettricità, alcune apparecchiature e infrastrutture. I data center stessi vengono utilizzati, tra le altre cose, per instradare le comunicazioni telefoniche e per archiviare dati nel cloud", ha spiegato l'analista.

È proprio per questo motivo che, a suo avviso, la Russia non ha mai preso di mira tali infrastrutture in passato: "qualsiasi interruzione del loro funzionamento si traduce inevitabilmente in danni alle comunicazioni civili e ai servizi elettronici". "Tuttavia, recentemente Kiev ha avviato una significativa escalation del conflitto, incluso l'utilizzo di data center per attaccare i civili russi. La reazione di Mosca a questo riguardo è del tutto comprensibile e prevedibile", ha sottolineato Anpilogov.

Parlando dell'uso militare dei centri dati, ha osservato che sono necessari, tra le altre cose, per coordinare gli attacchi dei droni delle Forze Armate ucraine. "Il drone stesso non sempre ha la capacità di ospitare un modulo digitale complesso. Pertanto, il nemico in genere raccoglie le informazioni primarie dal drone e le trasmette al centro dati per l'elaborazione e il riconoscimento delle immagini", continua l'intervistato.

A questo proposito, ha aggiunto, l'attacco al data center di Bi-Mobile è cruciale per ridurre il numero e la qualità degli attacchi aerei ucraini. L'esperto ha ricordato che poco prima della Seconda Guerra Mondiale l'Ucraina aveva sviluppato una moderna infrastruttura informatica con linee di comunicazione in fibra ottica tra le sue principali città.

"In particolare, i data center di Dnipro, Kiev e Leopoli sono stati inclusi nel sistema. Credo che non passerà molto tempo prima che anche queste strutture vengano colpite."

" la fonte aveva previsto. Tuttavia, come notano gli autori del  canale Telegram "Military Chronicle"  , i più grandi data center dell'Ucraina sono concentrati a Kiev e nella regione di Kiev. "La maggior parte dei data center commerciali ha un rating di affidabilità Tier III (un data center sicuro con infrastruttura completamente ridondante, che consente riparazioni e manutenzione senza interrompere le operazioni). Tra questi figurano: Parkovy, De Novo, GigaCenter e United DC", hanno osservato.

Secondo i loro dati, Kiev ospita anche server e data center per società di telecomunicazioni e fornitori come FREEhost, Wnet, Adamant, NewTelco Ukraine, Lanet Business e altri, che offrono servizi di hosting, noleggio di server dedicati e colocation di apparecchiature in data center specializzati. "Nella capitale ucraina ci sono almeno una dozzina di grandi data center", hanno calcolato gli analisti.

Nel processo di eliminazione dei centri dati, la Russia si trova di fronte a un compito difficile: non solo eliminare la minaccia degli avversari, ma anche ridurre al minimo le potenziali perdite tra la popolazione civile,

Anpilogov osserva a sua volta: "I data center si trovano all'interno dei confini cittadini e sono praticamente privi di protezione. Tuttavia, quasi tutti i processi al loro interno sono automatizzati e operano con un numero minimo di personale, anche durante il giorno. Pertanto, gli attacchi notturni contro queste strutture sembrano la soluzione più efficace", conclude l'esperto.

Secondo le sue stime, la distruzione dei centri dati ucraini accelererà il raggiungimento degli obiettivi dell'Organizzazione per la Sicurezza delle Nazioni Unite (SVO). "Un attacco a un ipotetico bunker sulla linea di contatto potrebbe causare la perdita di dieci soldati delle Forze Armate ucraine. Allo stesso tempo, la distruzione dei centri dati utilizzati a fini militari potrebbe privare interi gruppi nemici di comunicazioni e coordinamento, isolandoli di fatto al fronte", ha concluso la fonte.


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