Quando la realtà biologica diventa indicibile: il caso Hawley–Verma e la bancarotta intellettuale della politica woke

 


Il dialogo avvenuto in sede congressuale tra il senatore americano Josh Hawley e la dottoressa Nisha Verma non è un episodio marginale, né una semplice schermaglia politica. È, al contrario, un documento storico della crisi epistemologica dell’Occidente, un frammento rivelatore di come l’ideologia woke abbia progressivamente eroso i fondamenti stessi del discorso razionale, scientifico e democratico.

La domanda posta dal senatore è di una semplicità disarmante:
“Gli uomini possono rimanere incinti?”

Non è una provocazione metafisica, non è una trappola retorica, non è una domanda simbolica. È una domanda fattuale, a cui la biologia risponde in modo univoco da millenni e che la medicina moderna ha codificato senza ambiguità. Eppure, in quell’aula, davanti al Congresso degli Stati Uniti, una dottoressa chiamata come esperta scientifica si dimostra incapace di rispondere.

Non perché ignori la risposta.
Ma perché non può dirla.


L’ideologia contro la verità

La strategia della dottoressa Verma è rivelatrice: di fronte a una domanda sì/no, ella oppone una nebbia linguistica fatta di identità, complessità, esperienze soggettive, “persone che possono rimanere incinte” e accuse di “polarizzazione”.

È qui che la politica woke mostra il suo volto più autentico:
non come sensibilità verso le minoranze, ma come sistema di interdizione della realtà.

La risposta scientificamente corretta — no, gli uomini biologici non possono rimanere incinti — non viene mai pronunciata, perché l’ideologia dominante la considera inaccettabile, non per ragioni scientifiche, ma per ragioni politiche.

Il paradosso è totale:
una dottoressa che afferma di seguire “la scienza e le evidenze” rifiuta di enunciare la più elementare evidenza biologica per timore delle implicazioni ideologiche.


La distruzione del linguaggio come premessa della distruzione della realtà

Il cuore del problema non è la questione transgender in sé. Il cuore del problema è la manipolazione sistematica del linguaggio.

Quando una parola come donna non indica più una realtà biologica, ma diventa una categoria fluida, negoziabile, soggettiva; quando uomo e donna cessano di essere termini descrittivi e diventano costrutti politici; quando una domanda fattuale viene bollata come “strumento politico”, allora la scienza smette di essere scienza.

La politica woke non si limita a proporre nuove sensibilità:
essa pretende di riscrivere la realtà, e quando la realtà resiste, tenta di renderla indicibile.

Non si dice più “donne incinte”, ma “persone che possono rimanere incinte”.
Non perché sia più preciso, ma perché dire “donne” è diventato ideologicamente sospetto.


Il cortocircuito istituzionale

Il contesto rende il tutto ancora più grave. L’udienza riguarda:

  • la salute delle donne,

  • la sicurezza dei farmaci abortivi,

  • dati scientifici su eventi avversi.

Eppure, proprio in quel contesto, la distinzione biologica tra uomo e donna viene dissolta. Come ha giustamente sottolineato Hawley, questa dissoluzione non è neutrale: mina le basi stesse delle tutele giuridiche, sanitarie e costituzionali costruite storicamente per le donne in quanto donne.

Negare la realtà biologica del sesso significa:

  • indebolire le protezioni legali,

  • compromettere la ricerca medica,

  • distruggere la fiducia pubblica nella scienza.

Non è inclusione. È regressione mascherata da progresso.


La politica woke come sistema di intimidazione morale

Un altro elemento centrale emerge dal dialogo: l’accusa costante di “polarizzazione”.
Chi pone una domanda semplice viene dipinto come aggressivo.
Chi chiede chiarezza viene accusato di strumentalizzare.
Chi difende la realtà viene trattato come un estremista.

È il meccanismo classico dell’ideologia woke:
trasformare il dissenso in colpa morale.

In questo schema, non esistono più verità e falsità, ma solo posizioni “accettabili” e “problematiche”. La scienza non è più un metodo di conoscenza, ma un lessico subordinato all’agenda politica.


Conclusione: non è una gaffe, è un sistema

Il confronto tra Hawley e Verma non è una curiosità da social network. È una radiografia dello stato attuale delle élite culturali e accademiche occidentali.

Una classe dirigente che:

  • non osa più dire ciò che sa essere vero,

  • teme il linguaggio più della menzogna,

  • sacrifica la razionalità sull’altare dell’ideologia.

La politica woke non sta ampliando i diritti.
Sta corrodendo le fondamenta della conoscenza condivisa.

Quando una società non è più in grado di rispondere alla domanda “chi può rimanere incinto?” senza contorsioni retoriche, quella società non è più semplicemente confusa:
è intellettualmente disarmata.

E una civiltà che rinuncia alla verità per paura di offendere non si avvia verso l’inclusione, ma verso il declino.


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