Il nuovo “pedaggio digitale” nello Stretto di Hormuz: l’Iran sfida i colossi del web

 



Teheran alza il tiro: chi passa paga. Ma è una mossa geniale o un vicolo cieco?


Lo Stretto di Hormuz è da sempre uno dei punti più strategici e contesi del pianeta. Ogni giorno, circa un quinto del petrolio mondiale lo attraversa. Ma ora, l’Iran ha deciso di puntare su una risorsa altrettanto preziosa, seppur invisibile: i dati.

Il governo iraniano ha recentemente annunciato l’intenzione di imporre tariffe di licenza sui cavi sottomarini in fibra ottica che attraversano le sue acque territoriali nello Stretto, con l’obiettivo dichiarato di colpire i giganti tecnologici statunitensi: Google, Microsoft, Meta e Amazon.


Un’arteria globale sotto nuova giurisdizione

Non si tratta di una tassa sul traffico internet, ma di un vero e proprio pedaggio fisico. Decine di cavi sottomarini che collegano Europa, Asia e Medio Oriente passano attraverso lo Stretto di Hormuz, rappresentando un’infrastruttura critica per l’economia digitale globale. Qualsiasi interruzione, anche solo di pochi minuti, può costare miliardi di dollari in transazioni finanziarie, comunicazioni e servizi cloud.

La proposta iraniana, rilanciata da media vicini alle Guardie Rivoluzionarie, prevede tre pilastri fondamentali:

Il pagamento di una tassa di licenza per il transito.

L’obbligo per le aziende tecnologiche di operare nel rispetto delle leggi della Repubblica Islamica.

L’affidamento esclusivo della manutenzione dei cavi a società iraniane.

Il paradosso delle sanzioni: vietato pagare

C’è però un dettaglio non secondario: a causa delle severe sanzioni statunitensi, a Google, Microsoft, Meta e Amazon è formalmente vietato qualsiasi rapporto commerciale con l’Iran. In altre parole, le stesse aziende che Teheran vuole tassare non possono legalmente pagare un centesimo al governo iraniano.

Questo ha portato molti analisti a interpretare la mossa non tanto come una politica immediatamente applicabile, quanto piuttosto come una tattica di pressione geopolitica. L’obiettivo reale potrebbe essere il controllo delle operazioni di riparazione e manutenzione. In uno scenario di tensione, l’Iran potrebbe bloccare o ritardare deliberatamente le navi incaricate di riparare cavi danneggiati, trasformando un guasto tecnico in una crisi diplomatica prolungata.

Il precedente egiziano (e perché non è identico)

Teheran guarda con interesse al modello egiziano: Il Cairo guadagna centinaia di milioni di dollari all’anno grazie alle tasse di transito imposte sui cavi che attraversano il Canale di Suez. Tuttavia, come sottolineano gli esperti di diritto internazionale, i due casi sono profondamente diversi. Suez è un canale artificiale, la cui giurisdizione è stata definita da trattati specifici. Hormuz, al contrario, è uno stretto naturale utilizzato per la navigazione internazionale.


Il fondamento legale: l’articolo 34 della UNCLOS

Per giustificare la propria posizione, Teheran ha invocato l’articolo 34 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Questo articolo, che riportiamo qui per esteso, definisce lo status giuridico degli stretti utilizzati per la navigazione internazionale:


Articolo 34 – Regime giuridico degli stretti utilizzati per la navigazione internazionale


Il regime del passaggio in transito negli stretti stabilito nella presente Parte non pregiudica, sotto altri aspetti, lo status giuridico delle acque che formano tali stretti, né l’esercizio della sovranità o della giurisdizione da parte degli Stati rivieraschi su tali acque e sul loro spazio aereo, sui fondali e sul loro sottosuolo.

La sovranità o la giurisdizione degli Stati rivieraschi è esercitata nel rispetto delle norme del diritto internazionale e delle altre disposizioni della presente Convenzione.


La lettura che dà l’Iran è la seguente: se è vero che la superficie dello Stretto è un corridoio internazionale (comma 1, prima parte), il letto del mare, i fondali e il loro sottosuolo (comma 2) – dove giacciono i cavi – sono soggetti alla giurisdizione dello Stato rivierasco. Secondo Teheran, questa distinzione le consentirebbe di regolamentare, e quindi tassare, le infrastrutture fisiche posate sul fondo marino.


Implicazioni globali

Se questa interpretazione dovesse trovare seguito, si aprirebbe un precedente potenzialmente destabilizzante per l’intera architettura di internet. Altri paesi potrebbero sentirsi legittimati a imporre tasse simili sui cavi che attraversano le loro acque territoriali, frammentando di fatto il principio di libertà di comunicazione sottomarina. Per ora, Washington non ha ancora commentato ufficialmente, ma è probabile che la risposta arrivi sia per vie diplomatiche sia attraverso una stretta sulle sanzioni.

Una cosa è certa: lo Stretto di Hormuz non è solo il crocevia del petrolio, ma sta rapidamente diventando anche il nuovo banco di prova del controllo digitale globale.


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📚 Fonti

Iran International (2025): Iran Plans to Impose License Fees on Fiber Optic Cables in Strait of Hormuz

Mehr News Agency (agenzia semi-ufficiale iraniana, 2025): Tehran’s new plan to tax undersea cables in Hormuz

United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), Art. 34 – Disponibile sul sito della Divisione per gli Affari Marittimi e il Diritto del Mare delle Nazioni Unite (DOALOS).

Analisi di geopoliticalfutures.com (2025): The Next Flashpoint: Undersea Cables and the Strait of Hormuz

Dichiarazioni pubbliche di esperti di diritto marittimo (interviste a Reuters e Associated Press, maggio 2026)

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