L’onda di plastica di Mumbai e il crollo dell’India: penultima al mondo per salute ambientale

 


L’onda di plastica di Mumbai e il crollo dell’India: penultima al mondo per salute ambientale

Le immagini dei corsi d'acqua di Mumbai completamente sommersi da una coltre ininterrotta di plastica e rifiuti hanno fatto il giro del mondo, diventando il simbolo visivo di una crisi non più sostenibile. Ma dietro l'impatto emotivo di quelle fotografie c'è una conferma scientifica ancora più drammatica: l'ultimo Environmental Performance Index (EPI) 2026, curato dai ricercatori delle università di Yale e Columbia, ha classificato l'India al 176º posto su 177 paesi analizzati.

Con un punteggio complessivo di appena 22,46 su 100, il colosso asiatico si trova ufficialmente nel fondo della classifica globale, superando soltanto il Laos. Un dato allarmante che riaccende i riflettori sul delicato equilibrio tra lo sviluppo economico travolgente e la tutela dell'ecosistema.

I tre pilastri del collasso: cosa misura l'EPI 2026

L'Indice di Prestazione Ambientale non lascia spazio a interpretazioni superficiali. Valuta ben 47 indicatori suddivisi in categorie chiave. L'India mostra le carenze più gravi proprio laddove l'impatto sulla vita quotidiana dei cittadini è più diretto:

• Salute Ambientale (174° posto): Questo indicatore misura l'esposizione della popolazione alle minacce ambientali. Il dato sulla qualità dell'aria (175° posto) è emblematico, con un punteggio specifico di appena 7,89 su 100. Le polveri sottili e l'inquinamento atmosferico continuano a rappresentare una delle principali cause di mortalità precoce nel Paese.

• Vitalità degli Ecosistemi (171° posto): La perdita di biodiversità, il deterioramento delle risorse idriche e la gestione inadeguata delle acque reflue urbane pesano drammaticamente. I fiumi e i canali di Mumbai e New Delhi, trasformati di fatto in discariche a cielo aperto, sono la manifestazione fisica di questo indicamento.

• Politiche sul Cambiamento Climatico (130° posto): È l'unico ambito in cui l'India mostra un posizionamento leggermente migliore rispetto al disastro generale, grazie agli investimenti nella transizione verso le energie rinnovabili. Tuttavia, la massiccia dipendenza storica dal carbone frena bruscamente qualsiasi progresso significativo.

Il paradosso di Mumbai e la "trappola" dei rifiuti

Il caso di Mumbai è lo specchio di una nazione a due velocità. Da un lato, una capitale finanziaria globale proiettata verso il futuro; dall'altro, un'infrastruttura di gestione dei rifiuti del tutto incapace di assorbire l'impatto dei consumi di una popolazione in crescita esponenziale.

I corsi d'acqua soffocati dalla plastica non sono solo un problema estetico o paesaggistico. Quella plastica si frammenta in microplastiche, contamina le falde acquifere, distrugge la fauna ittica locale e si traduce in rischi sanitari diretti per le comunità che vivono nelle baraccopoli e nei quartieri limitrofi.

La reazione del governo e il dibattito sulla metodologia

Come già accaduto per le passate edizioni del report, il Ministero dell'Ambiente indiano ha accolto i dati sollevando forti critiche verso la metodologia utilizzata da Yale. Secondo Nuova Delhi, l'indice penalizzerebbe ingiustamente i paesi in via di sviluppo, non tenendo adeguatamente conto delle emissioni storiche pro capite dei paesi occidentali e concentrandosi maggiormente sulla situazione attuale rispetto agli sforzi di transizione in atto.

Se da un lato il dibattito metodologico sussiste, i ricercatori di Yale difendono l'approccio sottolineando che l'EPI fotografa la realtà oggettiva delle condizioni ambientali correnti, quelle con cui i cittadini devono fare i conti ogni giorno respirando o bevendo.

Verso dove va il futuro dell'India?

Il posizionamento nell'EPI 2026 non è solo una bocciatura accademica, ma un severo avvertimento. Programmi nazionali come il National Clean Air Programme (NCAP) o le iniziative di pulizia dei fiumi non stanno correndo abbastanza velocemente rispetto ai ritmi dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione selvaggia.

Senza un'applicazione rigorosa delle normative ambientali, una drastica accelerazione nell'economia circolare e una seria tutela della biodiversità residua, le immagini dei fiumi di plastica di Mumbai rischiano di non essere più l'eccezione, ma la normalità del panorama urbano indiano.

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