domenica 17 gennaio 2010

L’inferno di Haiti e il Paradiso



Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.

C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.

E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.

Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.

Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.

Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.

Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.

Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino . Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.

Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.

Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.

Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.

Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.

Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.

Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.

Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.

Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con un felicità senza fine e senza limiti.

Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.

“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.
E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.

Diceva don Giussani:Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.
Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?

Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.

Antonio Socci

giovedì 14 gennaio 2010

"Visita del Papa negativa",

secondo il Rabbino Laras

«La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». È una posizione dura quella espressa dal presidente dell'Assemblea rabbinica italiana Giuseppe Laras, che domenica non parteciperà alla storica cerimonia nel Tempio maggiore di Lungotevere De' Cenci. Secondo il presidente dei rabbini italiani, che ha rilasciato un'intervista al Juedische Allgemeine Zeitung, giornale della comunità ebraica tedesca, nulla di positivo può derivare dalla visita di Benedetto XVI, «né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Aggiungendo: «Durante l'attuale pontificato, il 'rapporto fraterno' è diventato sempre più debole». E l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, ha rincarato la dose: «L’antigiudaismo cattolico esiste ancora».

Per la cronaca: il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che accoglierà il Papa insieme al rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha dichiarato recentemente di avere da anni la tessera del partito radicale… È proprio una bella compagnia.

AUGURI, SANTO PADRE!

Il vangelo secondo Hollywood- Avatar: un film di Natale che predica il panteismo

Il vangelo secondo Hollywood.

Avatar: un film di Natale che predica il panteismo

Sta per arrivare nelle sale italiane il tanto acclamato film del regista americano James Cameron “Avatar” che, nonostante la crisi, ha già raggiunto quota un miliardo in circa tre settimane di proiezione: è infatti uscito nei cinema di gran parte del mondo lo scorso 18 dicembre (in Italia sarà sugli schermi il 15 gennaio), ma ha già incassato 1,02 miliardi di dollari. Avatar nasconde però, sotto una trama che può sembrare avvincente, una pericolosa apologia del panteismo, quella fede che equipara Dio con la Natura e che ormai da una generazione è la religione ufficiale propagandata da Hollywood…

E’ del tutto appropriato che il film di James Cameron, “Avatar” giunga sugli schermi nel periodo natalizio. Come l’intera stagione delle feste anche l’epica fantascientifica è la grossolana esemplificazione degli eccessi del capitalismo avvolta attorno ad un profondo messaggio religioso. Così Avatar è allo stesso tempo il blockbuster di tutti i blockbuster e il Vangelo Secondo James. Non però il Vangelo cristiano. Piuttosto Avatar è l’apologia cameroniana del panteismo, quella fede che equipara Dio con la Natura e chiama l’umanità alla comunione con il mondo che la circonda. Nell’universo fantascientifico di Cameron, questa comunione è impersonata dai Na’Vi, una razza aliena dalla pelle blu e dalle forme armoniose che vive un’esistenza idilliaca sul pianeta Pandora ed è minacciata dall’invasore umano. I Na’Vi vengono salvati dall’eroe del film, un Marine rinnegato, ma in loro soccorso si aggiunge la fede in Eywa, la “Madre di tutto”, descritta variamente come una rete di energia o come la somma di tutti i viventi. Se questo impianto narrativo suona familiare è perché il panteismo è stata la religione ufficiale di Hollywood ormai da una generazione. E’ la verità che Kevin Costner scopre ballando con i lupi. E’ la metafisica intessuta nei cartoni animati di Disney come “Il Re Leone” e “Pocahontas”. Ed è il dogma degli Jedi di George Lucas, la cui mistica Forza “ci circonda, ci penetra e tiene insieme la galassia”. Hollywood continua a tornare su questi temi perché milioni di americani mostrano di gradirli. Da Deepak Chopra a Eckhart Tolle, la sezione “religione e spiritualità” di ogni libreria di quartiere è traboccante di titoli che spingono il messaggio panteistico. In un recente sondaggio del Pew Forum su come gli americani mescolano e rimaneggiano la teologia si vede che molti auto-dichiarati “cristiani” credono all’energia spirituale degli alberi e delle montagne proprio come i pelle-blù di Na’Vi. Come sempre, Alexis di Tocqueville l’aveva previsto. Il credo americano sulla sostanziale unità di tutto il genere umano, scriveva Tocqueville nel 1830, conduce al collasso delle distinzioni ad ogni livello del creato. “Non contento della scoperta che nel mondo esiste solo la creazione e il Creatore, l’uomo democratico cerca di semplificare ed espandere il suo punto di vista includendo Dio e l’universo in un unico grande insieme”. Allo stesso tempo, il panteismo apre un cammino verso esperienze mistiche per persone poco a loro agio con la letteralità delle religione monoteistiche: tutti quei santi che fanno miracoli, libri sacri, nascite virginali e corpi risorti. Come ha notato il filosofo polacco Leszek Kolakowski, attibuire divinità al mondo naturale “aiuta a portare Dio più vicino all’esperienza umana”, e insieme “a impoverirlo di tratti personali riconoscibili”. Per chiunque in cerca di trascendenza ma refrattario all’idea di un Onnipotente che interferisce con le cose umane, si tratta di una combinazione ideale. D’altronde il panteismo rappresenta una forma di religione che persino gli atei possono ammettere. Richard Dawkins ha definito il panteismo “un ateismo un po’ più eccitante” (lui lo intende come un complimento). Sam Harris conclude il suo polemico “The End of Faith” con un elegiaca descrizione dell’esperienza mistica collegata “all’immersione nell’inquietante mistero del mondo”. E, citando l’espressione di stupore religioso di Albert Einstein davanti alla “sublime bellezza dell’universo”, Dawkins ammette: “in questo senso sono religioso anch’io”. La domanda a questo punto è se la Natura meriti una risposta religiosa. La teologia tradizionale deve combattere con il problema del male: se Dio è bontà, perché permette sofferenza e morte? Ma la Natura è sofferenza e morte. La sua stessa armonia richiede la violenza. Il suo “cerchio della vita” è in realtà un ciclo di mortalità. E le società umane che più aderiscono alla dimensione naturale non somigliano allo sfavillante eden di James Cameron. Sono invece posti dove l’esistenza è cattiva, breve e brutale. Le religioni esistono anche perché gli uomini non si sentono a loro agio dinanzi alla violenza dei ritmi naturali. Noi ci collochiamo metà dentro e metà fuori rispetto alla Natura. Siamo animali autocoscienti, predatori con un’etica, creature mortali che aspirano all’immortalità. E’ una posizione dolorosa, e se non c’è via di fuga verso l’alto – o se non c’è un Dio che si fa di carne e viene in mezzo a noi, come racconta la storia del Natale – anche profondamente tragica. Il panteismo offre una soluzione diversa: un’uscita verso il basso, un abbandono della nostra tragica autocoscienza, un rimescolamento con quel mondo naturale da cui i nostri antenati sono per metà fuggiti millenni orsono. Ma salvo che come cenere e polvere la Natura non può riaverci del tutto.

Tratto da New York Times.

Nostra traduzione da "Heaven and Nature "di Ross Douthat.

di Ross Douthat

L’Occidentale 23 Dicembre 2009

domenica 10 gennaio 2010

Ecco il medico della notte che dà la caccia al cocktail eroina-antrace

menti utili

Le antenne del dottor Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri, non si abbassano mai. L’ultimo allarme che hanno captato, un mese fa, riguardava tre casi di eroina tagliata con l’antrace. Avete letto bene: il Bacillus anthracis usato nella guerra batteriologica. Era stata da poco superata un’emergenza a Torino: 27 morti in 45 giorni, un’ecatombe, con un quadro sindromico sempre uguale. «Alla fine abbiamo scoperto che tutti i tossicomani deceduti avevano assunto una dose di eroina particolarissima, la 6-Mam, o monoacetilmorfina, di solito prodotta in Messico. È micidiale, arriva dritta al cervello. Non lascia neppure il tempo di dire “a”: provoca l’immediato arresto cardiocircolatorio».

Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia, ha l’occhio lungo per certe cose, anche perché ha prestato servizio militare nell’Arma dei carabinieri. Quando vide per la prima volta il medico Serpelloni a un convegno, capì subito d’aver incontrato l’uomo che faceva al caso suo. E dove lo trovi un altro specialista in medicina interna che vanta anche un master in general management preso alla Bocconi? Che lavora 24 ore su 24, sette giorni su sette, compresi Natale e feste comandate? Che sta dal lunedì al venerdì a Roma, in un edificio di tre piani annesso a Palazzo Chigi, a coordinare il lavoro di una task force di 50 persone, e la sera del venerdì, tornato nella sua Verona, dove fino al 2008 era capo del Dipartimento delle dipendenze dell’Ulss 20, ha ancora l’energia per infilarsi il camice bianco e seguire, gratis et amore Dei, la supervisione delle ricerche scientifiche avviate con le università statunitensi come responsabile del programma della Regione Veneto sulle dipendenze da sostanze d’abuso? Che rifà la stessa cosa il sabato fino alle 16 e anche la domenica mattina? Che nelle due notti del week-end spesso è in giro con le pattuglie della polizia stradale a eseguire prelievi di saliva e di urina all’uscita delle discoteche? Che va in cerca del popolo della notte per redimerlo, come avrebbe fatto un patriarca biblico, forse perché si ricorda che a casa, oltre alla moglie, lo aspettano quattro figli poco più che adolescenti?

Allerta continua.

«In tre morti per overdose da cocaina abbiamo rilevato quantità rilevanti di Levamisole, un antiparassitario usato in veterinaria».

Nel suo curriculum ho contato quasi 150 fra incarichi, consulenze, progetti, inclusa la nomina nella Commissione nazionale contro l’Aids. Mi spiega come fa?

«Da quando avevo 20 anni non dormo più di cinque ore per notte».

Un’insonnia bipartisan: due nomine col ministro Paolo Ferrero, una col ministro Livia Turco, ora quella col governo Berlusconi.

«Sono un servitore dello Stato. Da Rifondazione comunista ad Alleanza nazionale, quando mi chiamano, vado. L’onorevole Giovanardi ha valutato prima l’uomo e poi il tecnico. In questa struttura i curriculum corrispondono al vero. Altrove, anche in Europa, bisogna farci una tara del 70%».

Giovanardi ha dichiarato che le politiche di contrasto alla droga erano state abbandonate. Da chi e perché?

«Guardiamo ai fatti. Per prima cosa il ministro Ferrero ha distrutto il Dipartimento politiche antidroga, mettendo in libertà 40 persone. E ha costruito una nuova organizzazione che, a detta di tutti, non ha funzionato per nulla. Io posso testimoniarlo, perché ero nella consulta dei suoi esperti e ne ho ereditato progetti e impegni di spesa. Ora io capisco lo spoil system, ma non è che a ogni tornata elettorale possiamo smantellare, chessò, la Protezione civile. Ci si mette minimo un anno e mezzo per rimettere in moto una macchina come questa».

E le avanza il fiato per andare a fare i controlli di notte sulle strade.

«Da 25 anni. Dovrebbe venire anche lei. C’è da restare scioccati, e glielo dice uno che non cede all’emotività. Ragazzine di 13 anni come pacchi postali sui sedili posteriori di auto guidate da diciottenni fatti di cocaina, tra vapori di alcol e sudore. Che fai? Le lasci andare? Telefoni ai genitori, che arrivano trafelati, ignari di tutto. Il venerdì, dopo la mezzanotte, uno su due o è drogato o è ubriaco. Il 47% di positività nei test. Nella sede del mio dipartimento abbiamo sei ricicli l’ora di aria condizionata. Be’, alle 6 di mattina sembra una camera a gas. Non c’è limite a quello che i ragazzi bevono, ingoiano, sniffano».

Come la salvi, una generazione così?

«Togliendo le bistecche dagli occhi dei genitori. Lei porta i suoi figli dal dermatologo? Sì. Allora perché si preoccupa dei foruncoli invece che della prima causa di morte, che fra i 14 e i 18 anni è rappresentata da incidenti stradali e droga? Mi sto battendo perché i pediatri sottopongano gli adolescenti al drug test. Non costa niente. Dai 12 anni in su va fatto ogni sei mesi. Urina, capello o saliva, e vedi se tuo figlio è in stato di schiavitù».

Ma interrompi il rapporto di fiducia.

«Al contrario. Gli fai solo del bene. Sa quanto tempo passa dal primo uso di droga a quando i genitori se ne accorgono? In media 8-12 anni. Capisce? Che rapporto puoi dire d’avere con tuo figlio se è tossicomane da 12 anni e tu non lo sai? E infatti quando li scopriamo positivi al test, per questi ragazzi è una catarsi. “Finalmente i miei s’interessano di me”, ti dicono. Per il 99% di loro si tratta di una liberazione».

A che età cominciano a drogarsi?

«Intorno ai 14 anni. Ma ho visto una ragazzina di 12 già dipendente dalla cocaina. Gliela passava uno spacciatore che abusava di lei. L’abbiamo scoperta per caso, è venuta da noi perché aveva i condilomi vaginali. È così che gli albanesi si fanno l’harem».

Come può un genitore impedire che suo figlio ci caschi?

«Deve parlarne, parlarne, parlarne. Seminare serve sempre. Se non semini, non raccogli. L’età giusta per cominciare è 8 anni. Tutti i figli, prima o poi, incappano in un Lucignolo che gli mette in mano una dose. A quel punto devono avere nello zainetto le difese, altrimenti soccombono».

Qual è la porta d’ingresso nel mondo della tossicodipendenza?

«La cannabis. Nessuno va a cercarsela. È la droga che viene a cercare te. Alla base di tutto c’è la curiosità. Ha presente l’Albero della Conoscenza nel giardino dell’Eden? L’uomo è sempre quello».

Ha senso la distinzione fra droghe «leggere» e droghe «pesanti»?

«Non esiste un solo trattato scientifico che ne parli. È solo una distinzione politica e demagogica per giustificare l’uso degli stupefacenti. Dal punto di vista cerebrale non regge. La canapa indiana di oggi è modificata geneticamente per sviluppare fino a sei inflorescenze l’anno e coltivata in serra per aumentare la presenza di tetraidrocannabinolo, o Thc, la sostanza psicoattiva».

E che danni provoca l’hashish così ottenuto?

«Altera la motivazione, l’apprendimento e la memoria sequenziale. In pratica chi fuma marijuana non riesce più a coordinare le azioni più elementari. Esempio: forma un numero di telefono prima d’aver alzato la cornetta e ottenuto la linea. E poi vengono sconvolti i sistemi della gratificazione, che si trovano nella parte antica del cervello».

Si spieghi meglio.

«L’area del giudizio è l’ultima a maturare, intorno ai 20 anni. Di qui il controllo volontario dei comportamenti. Sono gli endocannabinoidi di cui la natura ci ha provvisti a gratificarci quando compiamo una certa azione. Quindi, se io introduco Thc, che è 80 volte più potente, saltano i meccanismi che presiedono alla riproduzione, alla nutrizione e alle motivazioni per vivere. La conseguenza è la morte. Vale anche per la cocaina, che provoca disturbi cognitivi, paranoia, psicosi, ipertensione, aritmie cardiache, ictus: con la risonanza magnetica funzionale abbiamo osservato che nel lobo prefrontale, a dieci giorni dall’ultima sniffata, non c’è più attività cerebrale».

Credevo che «fumarsi il cervello» fosse una frase fatta.

«No. La droga lo aggredisce, mina i sistemi neurologici centrali e lascia segni anche quando l’organismo crede d’averla metabolizzata. I giovani che fanno uso di cannabis sono 7-8 volte più esposti degli altri alla schizofrenia».

Perché l’Italia è al primo posto in Europa nel consumo di cannabis?

«Perché è di qui che penetra nel continente. E soprattutto perché c’è molta gente che va in giro a dire che fumarla non fai poi così male. È un fatto di marketing. Studi recenti dimostrano che il richiamo all’hashish in una canzone fa vendere più dischi. Idem nell’abbigliamento. Lei sa spiegarmi perché una ditta di Bressanone ha messo in commercio una bibita che si chiama Canna Pull e ha come simbolo sulla lattina una foglia di marijuana? O perché la Stainer di Pontremoli produce il cioccolato alla cannabis? Dentro c’è solo estratto di semi di canapa, privo di Thc. Ma intanto sono messaggi come questi che in un giorno distruggono anni del nostro lavoro».

Dagli spinelli si arriva sempre alle droghe pesanti?

«No».

È corretto dire che non tutti quelli che fumano hashish arrivano all’eroina epperò tutti quelli che si fanno di eroina hanno fumato hashish?

«Sì».

Da quali indizi si può intuire che un ragazzo è caduto nella rete?

«La prima patologia di chi si droga o abusa di alcol è la menzogna. Non perché sia corrotto. È che il cervello non gli funziona, si spegne l’area della verità. Torniamo sempre lì: i comportamenti morali sono fissati nel lobo prefrontale. All’improvviso questi adolescenti cambiano completamente compagnie, non frequentano più gli amici di prima. Ci aggiunga cambiamento d’umore, aggressività, alterazione del ritmo sonno-veglia, ansia, frequenti sospiri. In chi fuma hashish aumenta l’appetito, in chi usa cocaina e amfetamine subentra inappetenza».

Quanti sono i tossicomani in Italia?

«Che hanno bisogno di trattamento 385.000 e che ne usufruiscono già 170.000».

Qual è il fatturato annuo della Droga Spa?

«Moltiplichi 385.000 per 50 euro al giorno».

Fanno oltre 7 miliardi di euro.

«Aggiunga mezzo milione di occasionali che si drogano solo nei week-end, spendendo 200 euro al mese. E siamo a 8,2 miliardi di euro. Poi altri 300.000 curiosi che fumano o sniffano una volta al mese. Arriviamo a circa 8 miliardi e mezzo. Cifre sottostimate».

Gli spacciatori verranno a cercarla.

«Spero che non sia un augurio. In passato hanno minacciato i miei figli».

È giusto ricostruire il naso a spese del Servizio sanitario nazionale a chi se lo brucia inalando cocaina?

«No. L’assistenza è dovuta, ma le conseguenze dei comportamenti individuali non possono essere collettive. Non a caso Giovanardi ha proposto un’ammenda aggiuntiva dai 70 ai 300 euro per chi si rivela positivo al drug test, così da creare un fondo nazionale per la prevenzione degli incidenti notturni».

Che cosa risponde agli antiproibizionisti?

«Che il diritto a drogarsi non esiste in nessuna legislazione al mondo, neppure in quella olandese. Non puoi guidare o insegnare sotto l’effetto degli stupefacenti».

A suo parere un deputato o un senatore cocainomane ha diritto al seggio?

«No, ed è il motivo per cui abbiamo avviato prove tossicologiche volontarie sui capelli dei parlamentari. In 300 vi si sono sottoposti. Lo si è fatto proprio per ribadire il principio della responsabilità verso terzi. Vale per i deputati, ma anche per i magistrati, i medici, i piloti d’aereo, i ferrovieri, i conducenti di autobus, i tassisti, per chiunque abbia nelle proprie mani la vita di altre persone. Antonio Di Pietro mi ha obiettato: “Deve essere obbligatorio”. Siete voi che fate le leggi, gli ho risposto. Perché non ne approvate una per un drug test annuale a sorpresa?».

Gli eroinomani che trent’anni fa ciondolavano per le strade della sua città, Verona, al punto che sui giornali fu definita «la Bangkok d’Italia», dove sono finiti?

«Un 12% è morto. Un 24% s’è ammalato di Aids. Un 45% ha smesso di usare eroina da almeno 6-8 anni, tempo medio per la cessazione della dipendenza e il reintegro nella società. Un 19% è cronicizzato in terapia».

Ha avuto persone care morte per overdose?

«Qualche cugino e molti amici. Allora era una piaga legata alla contestazione. Oggi no. Drogarsi è diventato un fatto ricreazionale. Si parla tanto di disagio giovanile. Quale disagio? Questi sono figli dell’iper agio. Vengano con me in Africa a vedere il disagio vero».

Qual è il fascino segreto della droga?

«Lo spiegano le neuroscienze. Non c’entra la filosofia. Qualsiasi cosa stimoli il nucleus accumbens, un sistema di neuroni dell’encefalo che secerne dopamina, attrae da sempre l’uomo: cibo, sesso, cultura, intelletto, musica, droga. Il piacere è un antidepressivo. Passiamo i primi 30 anni della nostra esistenza a selezionare fonti di gratificazione, che vengono fissate in abitudini. È come una partitura a canone: legami familiari, lavoro, amicizie, tempo libero e così via. Quando entra la droga, questa mappa perde qualsiasi significato».

Pieno successo della sua missione, cessa come per incanto il flagello della tossicodipendenza. Il giorno dopo lei che fa?

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

sabato 9 gennaio 2010

Dovevamo aiutarli a casa loro

Dovevamo aiutarli a casa loro

di Ida Magli

La prima domanda è questa: possibile che gli italiani non siano capaci di raccogliere pomodori, aranci o mandarini? Si tratta di un lavoro che non richiede nessuna competenza o preparazione e che dunque chiunque può fare. Si tratta, inoltre, di bisogni stagionali, prevedibili quindi, sia per la data che per la quantità. Organizzarsi perciò sarebbe facile purché il datore del lavoro fosse disposto a pagarlo nella maniera giusta e non lo mettesse, invece, pur di spendere il meno possibile, nelle mani delle bande criminali che imperversano da anni nelle campagne del Sud. Di solito si obietta a questa esposizione dei fatti, che nessuno in Italia vuol più fare il lavoro di campagna. Questa, però, è una conseguenza, non la causa della mancanza di mano d’opera, i cui motivi sono molto semplici da capire. Il primo è la scarsezza della retribuzione in quanto, come è noto, il prezzo della frutta e degli ortaggi, altissimo alla distribuzione, è bassissimo all’origine. Il secondo, forse più grave, è dovuto al formarsi, per una spontanea e inevitabile legge psico-sociale, di una specie di etichetta deteriore di «appartenenza», una «evitazione», quasi come un tabù su un lavoro che diventa «basso» in quanto svolto da chi è ritenuto basso.

Se vogliamo, perciò, che non ci sia bisogno di immigrati nelle campagne, è necessario assicurare ai contadini una giusta retribuzione per la loro fatica e fare in modo che non si formi il tabù del lavoro da immigrato, organizzandolo con il rispetto delle norme sindacali e tenendo aggiornati gli elenchi dei lavoratori stagionali così da non dover ricorrere ad una manovalanza reclutata bestialmente dalla criminalità.

Non si può non segnalare, a questo punto, la responsabilità delle Amministrazioni comunali e regionali che ormai da molti anni chiudono gli occhi sulle organizzazioni criminali che imperversano in certe zone del Sud d’Italia e che tengono in pugno i lavori stagionali e lo sfruttamento degli immigrati clandestini. Le «autonomie» non sono state in grado, in buona parte della Calabria, della Puglia, della Sicilia, della Campania, di liberarsi dalle catene di mafia, ’ndrangheta, camorra, evidentemente troppo forti e fornite di troppe complicità e collusioni. È necessario, quindi, arrendersi all’evidenza, e consegnare allo Stato l’opera forte e implacabile della bonifica e riorganizzazione degli uffici e dei servizi comunali e regionali.

Rimane, naturalmente, il problema più grave e più doloroso: quello degli immigrati. L’abbiamo detto e ripetuto molte volte: l’Africa la si può salvare soltanto se vogliamo davvero salvarla. Non con la carità, non con la compassione, non con lo sfruttamento che alla fine provoca i tumulti di questi giorni, ma insegnando agli africani a fare nel loro Paese quello che noi facciamo nel nostro e che loro stessi imparano a fare nel nostro. Si tratta di un continente ricchissimo sotto ogni aspetto e che può fornire in abbondanza, con l’uso delle tecniche, tutto quello che serve al benessere delle popolazioni. L’importante è convincere un musulmano (l’Africa è in grandissima maggioranza musulmana) che non è disdicevole lavorare al proprio Paese, così come non lo trova disdicevole quando ne è lontano. Questo è infatti il primo problema: un maschio musulmano fa lavorare la moglie o le mogli, cosa che ovviamente è poco produttiva. Le donne, oberate dalla fatica e dai figli, non acquisiscono tecniche agricole che comportino macchine e strumenti faticosi, non possono provvedere ad abbondanti irrigazioni così che, in genere, si accontentano dei prodotti necessari all’alimentazione familiare e ad un piccolo commercio. Anche la fabbricazione artigiana di vasi e stoviglie è compito delle donne, bravissime da secoli nel plasmare l’argilla e nel portarla al mercato, ma di nuovo ci troviamo di fronte al fatto che senza il lavoro dei maschi l’Africa non può industrializzarsi. Laddove i maschi lavorano, come per esempio nelle miniere, nell’estrazione del petrolio, si tratta di industrie impiantate dagli «occidentali» per se stessi, non per gli africani. Questo dobbiamo fare: impiantare piccole e grandi industrie per loro, preparandoli a gestirle da sé.

venerdì 8 gennaio 2010

L'Islanda in bancarotta vota per non pagare i debiti

L'Islanda in bancarotta
vota per non pagare i debiti
Una bella via di Reykjavik, città fredda ma colorata e capitale di un Paese finito in bancarotta
Referendum: onoriamo o no gli impegni con gli stranieri?
MARCO ZATTERIN - LA STAMPA
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Un referendum così non s’è mai visto. Il presidente islandese Olafur Grimsson ha deciso di non firmare la legge che autorizza l’uso di fondi pubblici per rimborsare gli istituti di credito britannici e olandesi rimasti invischiati nel crac dell’ex stella del banking online nordico, la Icesave.

Secondo quando prescrive la Costituzione, sarà ora una consultazione popolare a stabilire se lo Stato dovrà versare o no i 5,7 miliardi di dollari anticipati dai governi di Londra e Amsterdam per coprire i propri risparmiatori. «Faremo in fretta», assicura Grimsson, mentre il voto negativo appare possibile, come le sue conseguenze nefaste per la corsa di Reykjavik verso l’adesione all’Unione europea. La spiegazione è che «il popolo lo vuole», il che magari funziona per gli islandesi ma sarà dura da spiegare alle banche che si sono esposte. La storia risale al 2008, anno in cui la tempesta finanziaria seguita al crollo dei mutui speculativi americani ha fatto collassare la Landsbanki a Reykjavik, un istituto dall’etica finanziaria discutibile che amministrava, tra l’altro, i servizi di risparmio della Icesave.

In seguito alla bancarotta e alla nazionalizzazione della capogruppo, anche i conti correnti sul web sono stati bloccati, creando un buco da sei miliardi di dollari nelle tasche di 400 mila investitori, quasi tutti britannici e olandesi. I cittadini islandesi sono stati subito salvati grazie alla garanzia totale dei depositi. Gli stranieri hanno dovuto attendere. L’economia isolana, fondata sulla finanza e sul merluzzo, è rimasta priva di una delle sue risorse chiave, scivolando in una recessione senza precedenti che ha provocato anche la caduta del governo. La scorsa primavera le redini dell’esecutivo sono passate a Johanna Sigurdardottir, leader socialdemocratica che ha avviato la strategia di risanamento insieme con l’avvicinamento all’Ue, cominciato ufficialmente in luglio.

I 4,6 miliardi di dollari attivati dal Fmi le hanno dato una mano non indifferente. Così si è giunti a fine 2009. Dopo una polemica alimentata da chi diceva che «l’Islanda stava facendo il passo più lungo della gamba», il parlamento di Reykjavik ha adottato con 33 voti a favore e 30 contrari la legge che sdoganava il risarcimento di Regno Unito e Olanda, atto dovuto visto che avevano coperto i risparmiatori rimasti a secco per colpa dell’Icesave. Tutto inutile. Gridando «non pagheremo noi gli errori delle banche» una serie di comitati ha avviato una petizione per bloccare il provvedimento. L’ha firmata un quarto della popolazione.

E Grimsson non ha avuto scelta. «Il mio compito è di accertarmi che la volontà del paese sia rispettata - ha detto ieri sera -. Per questo ho deciso di presentare la nuova legge al giudizio del popolo per un referendum». La premier Sigurdardottir non è d’accordo e appare preoccupata. «Si crea incertezza negli impegni presi con altre nazioni - afferma -. E’ una situazione che può avere conseguenze pericolosissime». E’ d’accordo il segretario di Stato britannico alle Finanze, Lord Myners: «Se votano "no", significa che l’Islanda non intende far parte della comunità finanziaria internazionale».

Più secchi gli olandesi: «Devono pagare», assicura il ministro dell’Economia, Wouter Bos. A Bruxelles si pensa che il mancato rimborso renderebbe difficile accettare Reykjavik nell’Ue. Grimsson lo sa, però «gli islandesi vogliono essere padroni del proprio futuro». Anche a costo di rinunciare all’Europa?

Una stroncatura al film di Verdone

IO, LORO E LARA
una sonora bocciatura all'ultimo film di Verdone.

Quel film di Verdone troppo
nichilista per essere cattolico

La rimpatriata del missionario è disastrosa, al punto da costringerlo a rientrare subito in Africa

Carlo Verdone in «Io, loro e Lara» (Ansa)
Carlo Verdone in «Io, loro e Lara» (Ansa)
Non è difficile avere un pregiudizio positivo verso Carlo Verdone. Non è difficile, dico, in un mondo dello spettacolo dove i comici si trasformano in demagoghi giustizialisti e in capipopolo giacobini. Dove registi pensosi, sprezzanti del pubblico, lanciano i loro «messaggi» e le loro «denunce sociali» in film finanziati coi soldi pubblici e che, dopo una fugace apparizione in qualche festival, non raggiungono gli schermi. Dove — me lo raccontava un amico — l’imprudenza di qualcuno portò sul set di una pellicola veri cani antidroga della Finanza, invece dei finti previsti, e gli animali impazzirono, non sapendo quale attore, o attrice bloccare per primi.

Il look e, a quanto mi dicono, l’ordinatissimo stile di vita di Verdone, sono quelli di un direttore di ufficio postale o di un professore di scienze alle medie. Eppure, quel suo volto tondo e apparentemente anonimo sa trasformarsi e contorcersi come fosse di caucciù e la battuta lo trasforma in una sorta di Woody Allen de noantri, dove il sulfureo umorismo ebraico è sostituito dalla arguta bonarietà romanesca. Non andando molto spesso al cinema, non ho visto tutti i film di un regista e attore che, proprio in questo 2010, compie trent’anni di carriera. Non potevo perdere, però, questo Io, loro e Lara anche per la segnalazione fattami da un monsignore amico che ha partecipato a una proiezione in anteprima. «Non ci sono scene pornografiche, tranne qualche seno che spunta a metà. C’è, è vero, una quantità impressionante di parolacce: ma non fermiamoci lì, oggi tutti parlano così ed è proprio un ritratto nudo e crudo della società italiana che Verdone voleva darci. Ma, sotto certo macchiettismo in fondo autoironico, per non prendersi troppo sul serio, c’è il vecchio romano che ha studiato dalle suore e dai preti, che ha di certo uno zio o una cugina religiosi e che, dunque, non può non essere permeato sin nelle ossa di cattolicesimo». Così mi diceva quel sacerdote, suggerendomi di andare a vedere il film per, poi, scambiare opinioni.

La prima— confortante— sorpresa riservatami dalla pellicola è stata la sala esaurita, in una sera di neve in un multiplex sperduto tra le vigne delle colline moreniche del Garda. La seconda è stata un pur timido e breve tentativo di applauso al termine della proiezione. Avevo con me un taccuino, per segnare qualche critica ma, alla fine, l’ho deposto nella tasca. In bianco. Certo: a giustificare un simile «nulla da eccepire» in questioni teologiche (per usare un termine troppo impegnativo) conta anche la mancanza di approfondimento scelta da Verdone. La crisi del missionario in Africa nasce da motivazioni scontate, da cose dei tempi della bagarre postconciliare. Per dirla con le parole di don Carlo, il protagonista omonimo dell’attore e regista: «Ho l’impressione che, laggiù, la gente abbia bisogno di protezione civile più che di protezione divina». Il prete, soprattutto se missionario, come agente di promozione economica e politica e non come annunciatore della vittoria della morte nella Risurrezione di Gesù. Un déjà vu. Nulla di nuovo né di «scavato», dunque, dietro la crisi di identità di don Carlo. Quanto alla sue reazioni davanti al «puttanaio», parole sue, che trova dopo dieci anni di Africa nella sua famiglia, nella sua Roma: beh, alla sorpresa, all’incapacità di capire che stia succedendo, seguono reazioni da prete di sempre che, pur alternando il turpiloquio alle giaculatorie, non si allontana dalle classiche esortazioni alla solidarietà, alla comprensione, all’accoglienza. Tutto molto edificante, pur sotto le forme più che laiche dell’attore e regista; tutto unito, tra l’altro, ad altre edificazioni, come la reazione violenta ai tentativi di seduzione sia di tardone che di ragazze.

Ha detto Verdone: «I vertici della Conferenza episcopale, al termine di una proiezione privata, mi hanno detto: "Ci hai fatto una carezza"». Non sappiamo se fosse davvero la «cupola» della Conferenza episcopale a visionare Io, loro e Lara, ma è plausibile che il giudizio sia stato sostanzialmente positivo, come già accennavo. Ma l’indubbio marchio cattolico del film di un romano permeato di cattolicesimo sino al midollo, deve fare i conti con il finale, dove qualche critico ha visto un happy end posticcio, un’aggiunta per mandare lo spettatore a casa sereno. Al contrario, è qui la chiave dell’opera e il credente, almeno, non può non allarmarsi per una conclusione di impotenza e di fallimento. La rimpatriata del missionario è stata disastrosa, al punto da costringerlo a rifar subito le valigie e a rientrare in Africa. La «cura» per la sua crisi si è dimostrata ben peggiore del male. Restano intatti, dunque, anzi rafforzati, i suoi problemi che mettono in discussione la fede stessa.

Ma gli auguri di Natale, che giungono alla remota missionevia web-cam dalla terribile famigliola, confermano che nulla è cambiato e nulla cambierà neppure lì. Il vecchio padre continuerà a imbottirsi di viagra per fronteggiare le giovani badanti, il fratello affarista continuerà a sniffare coca, le nipoti continueranno a essere schiave di mode assurde, la sorella continuerà con le sue nevrosi devastanti, Lara ha avuto il suo bambino ma continuerà con il suo turbinio di amori. Il mondo è questo, non c’è speranza di mutamento, né per credenti né per non credenti. La sola possibilità sta in quello scrollare il capo, sorridendo tra il malinconico e il rassegnato, con cui Verdone chiude il film, mentre il precario collegamento con Roma si interrompe. È la vita, bellezza, nessuno può farci niente! Realismo, certo. Ma che slitta verso lo scetticismo, se non il nichilismo, se ad esso non si affianca l’afflato di Speranza che deve animare il credente. Problematico definire «cattolica» una prospettiva dove c’è posto solo per il sorriso rassegnato di chi è ormai convinto che nulla cambierà mai, che ogni attesa di un mondo più umano è cosa da riderci sopra. Come, appunto, un comico deve fare. E come Verdone, sia detto a sua lode, sa fare benissimo.

Vittorio Messori
08 gennaio 2010

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