martedì 27 ottobre 2015

I giudici: per il matrimonio «italiano» ci vogliono un uomo e una donna; Doveva sentenziarlo un giudice?
















Il matrimonio contratto all'estero tra cittadini italiani omosessuali costituisce nel contesto delle norme nazionali un «atto abnorme - nel senso etimologico latino di atto fuori dalla norma» - perché manca la differenza di sesso tra gli sposi che nel nostro sistema di regole è condizione di validità. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale con la sentenza della terza sezione del 26 ottobre 2015 (presidente Giuseppe Romeo, consigliere estensore Carlo Deodato).

Ne consegue che tutti gli ufficiali di stato civile - e non solo quindi quelli direttemente coinvolti dal caso specifico oggetto della decisione - non possono trascrivere l'atto per difetto della condizione relativa alla dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie prevista dall'articolo 64 comma 1, lettera e del Dpr del 3 novembre 2006 n. 396 (regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile).
L'analisi dell'abnormità, rispetto all'ordinamento nazionale, dell'atto di matrimonio tra cittadini italiani dello stesso sesso contratto all'estero, secondo il Consiglio di Stato è facilmente rilevabile, considerando come l'articolo 115 del Codice civile assoggetti espressamente i cittadini italiani all'applicazione delle disposizioni codicistiche che stabiliscono le condizioni necessarie per contrarre matrimonio, anche quando l'atto viene celebrato in un paese straniero.
In base a questa considerazione, prosegue la sentenza, l'enucleazione degli indefettibili requisiti sostanziali (rispetto allo stato ed alla capacità dei nubendi) porta a «individuare la diversità di sesso quale la prima condizione di validità e di efficacia del matrimonio, secondo le regole degli articoli 107,108,143,143 bis, e 156 bis del Codice civile e in coerenza con la concezione del matrimonio che discende dalla millenaria tradizione giuridica e culturale dell'istituto, oltre che all'ordine naturale costantemente inteso e tradotto in diritto positivo come legittimante la sola unione coniugale tra un uomo e una donna».
Per i giudici deve quindi concludersi come - secondo il sistema regolatorio di riferimento - l'atto di matrimonio omosessuale tra italiani contratto all'estero è radicalmente invalido o, meglio, inesistente (che appare la classificazione più appropriata, data la situazione di atto mancante di un elemento essenziale alla sua stessa giuridica esistenza. E, quindi, incapace nel vigente sistema di regole di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate con i diritti e gli obblighi connessi.
La valenza delle pronunce sovranazionali della Corte Ue, proposta dai ricorrenti come elemento di sostegno alla tesi della trascrivibilità, viene superata dalla sentenza con l'analisi delle stesse che ribadiscono come la regolazione legislativa del matrimonio e quindi l'eventuale ammissione di quello omosessuale (che la Corte non ritiene in astratto vietato) rientra nel perimetro del margine di apprezzamento e quindi della discrezionalità riservata agli Stati contraenti. Tanto che - precisa la sentenza - allo stato del diritto convenzionale europeo e sovranazionale, non appare configurabile un diritto fondamentale della persona al matrimonio omosessuale, sicché il divieto dell'ordinamento nazionale di equiparazione di quest'ultimo con quello eterosessuale non confligge con i vincoli contratti dall'Italia a livello europeo od internazionale.
Non essendo configurabile un diritto, l'interpretazione delle norme non può mai condurre all'equiparazione del matrimonio gay a quello “tradizionale”, restando riservata al Parlamento nazionale la relativa scelta politica.
Infine il Consiglio di Stato definisce, accogliendola, l'istanza del Prefetto di modifica della pronuncia di primo grado e, quindi, di disporre con decreto prefettizio l'annullamento delle trascrizioni eventualmente disposte dai Sindaci di matrimoni contratti all'estero tra coppie omosessuali di cittadini. 
La novità della questione trattata ha portato alla compensazione delle spese del doppio grado di giudizio.

SENTENZA ESTESA [ QUI ]

Buddhismo e Cristianesimo









In Italia e in altri paesi di antica tradizione Cattolica, come la Francia e la Spagna, da qualche tempo sembra esserci un certo interesse da parte dei giovani e dei ceti colti verso il Buddismo. In certi ambienti “in” dichiararsi oggi buddisti è molto alla moda. Il film di Bernardo Bertolucci, “Piccolo Buddha”, di qualche anno fa ebbe un grande successo di pubblico e di critica, e ha ulteriormente moltiplicato le inchieste sul Buddismo occidentale. Il regista Bertolucci, per illustrare la grande religione del momento,  scelse l’ottica di un bambino americano identificato da un gruppo di monaci buddisti come la possibile reincarnazione di un Santo. Sul filo della singolare avventura che coinvolge profondamente i suoi genitori e lo porta da Seattle fino ad un monastero dell’Himalaya, il fanciullo visualizza i racconti di un monastero che gli evoca la vita del principe Siddharta dalla gioventù ricca e dissipata alla svolta ascetica e alla successiva illuminazione esistenziale. Il Buddismo ha sempre ...

...  affascinato gli occidentali, da Schlegel a Schleiermacher e a Hesse, ma solo di recente è riuscito a penetrare nei circuiti culturali di massa. In Italia sono 30.000 le persone che ruotano intorno alla unione buddisti italiani,fondata nel 1985 e riconosciuta dal Governo nel 1988. Prestigiosi testimonial come l’ex calciatore Roberto Baggio contribuirono a dare al Buddismo una certa aria di moda. I buddisti tradizionali italiani, prescindendo dalla più vasta cerchia degli altri 100.000 simpatizzanti, sono valutati tra i 3.000 e i 6.000, a cui si aggiungono altri 4-5.000 aderenti alle nuove religioni neo-buddiste come la Soka Gakkai, un movimento laico culturale giapponese sbarcato in Italia nel 1981, e che in Giappone addirittura ispira un partito presente in Parlamento (il Komeito).

Certamente in Italia il Buddismo influenza molte più persone di quante non formalizzino la loro simpatia in una conversione, ed è inquietante per la Chiesa Cattolica il sapere da statistiche sicure che un quarto della popolazione e un  terzo dei giovani non soltanto sanno definire in modo corretto la dottrina della reincarnazione, ma affermano di crederci. Negli Stati Uniti si contano almeno 300.000 “euro-buddisti”, cioè convertiti provenienti da tradizioni giudaico-cristiane, e contando anche l’immigrazione asiatica si arriva ad una decina di milioni di fedeli.

In Europa invece i bussisti sarebbero complessivamente 2.000.000, di cui oltre 600.000 nella sola Francia e 120.000 in Gran Bretagna. In tutto il mondo i buddisti sono circa 300 milioni. A scanso di equivoci sarà opportuno specificare subito che il termine Buddha non è tanto un nome di persona, ma è l’appellativo che indica un essere umano che abbia raggiunto la più profonda consapevolezza; Buddha significa infatti Risvegliato, Illuminato. La tradizione indiana afferma che ogni grande ciclo storico vedrà l’apparizione di buddhità e potrà trasmettere agli altri esseri la via che conduce alla realizzazione. L’ultimo uomo del genere comparso sulla terra è stato il principe Siddharta Gautama, nato verso il 560 a.C. nel nord dell’India. Principe ereditario al trono di un’antica casta di guerrieri, sposato e con un figlio, il principe lascia famiglia e potere a seguito dell’impatto con la sofferenza umana avuto nel corso di quattro incontri rivelatori: con un vecchio, un malato, un monaco e un corteo funebre.

Siddharta visse così volontario esilio e per sei anni si sottopose alle più terribili macerazioni ascetiche fini alla soppressione delle stesse funzioni fisiologiche, tanto da raggiungere una condizione di morte apparente. Siddharta però si rese conto che non avrebbe mai raggiunto l’Illuminazione attraverso la mortificazione del corpo e abbandonò l’asceticismo rigoroso e concentrò i suoi sforzi nella meditazione, finchè nel 531, mentre si trovava ai piedi di un albero di pippala, scoprì la soluzione del problema del dolore: aveva così raggiunto il “risveglio” (bodhi), diventando un “risvegliato” (Buddha) , cioè era finalmente entrato nella pace dell’estinzione dei desideri e delle passioni, che sono all’origine del dolore.

Ormai libero dalla sofferenza, egli comprese di essersi liberato dall’esistenza e di non dover più rinascere, era entrato nel Nirvana. Poco dopo il Buddha davanti a cinque compagni pronunciò il discorso delle quattro nobili verità: la realtà del mondo è dolore, l’origine del dolore è l’attaccamento, l’arresto dell’attaccamento porta all’estinzione, la via che conduce all’arresto del dolore è il Dharma, cioè la Legge. Inaugurava così la sua predicazione che doveva proseguire per oltre quarant’anni, facendo molte conversioni e creando la comunità dei monaci buddisti.

Dopo la morte del Buddha, avvenuta verso il480 a.C., si formarono sulla sua persona molte leggende, ebbe così inizio un processo di glorificazione che portò a fare del Buddha storico un essere divino. Il Dharma (oltre che legge significa anche Dottrina o Verità) che il Buddha ha insegnato, nega che esiste un sé, il buddismo si pone in radicale contrasto con l’Induismo.

Tale dottrina è talmente fondamentale che, secondo che la si accetta o la si rifiuta, il Buddismo sta in piedi o crolla. Per il Buddha l’idea del sé e una credenza falsa e immaginaria ed è la causa dell’attaccamento alle cose, dell’orgoglio e di altre brutture. Il Buddha accetta però le nozioni mediche di Karma e Samara e le adatta però alla sua dottrina della Anatta.

L’Induismo intende per Karma la condizione umana asservita alla necessità ineluttabile di rinascere in condizione animale, umana o divina, secondo che nella vita precedente si è fatto il male o si è compiuto il bene. Quindi il Karma è la legge della retribuzione degli atti, poiché le nostre azioni portano frutti, se non nella vita presente, certamente in quella futura. In tal modo il Karma mette in moto il ciclo delle rinascite. La fonte della sofferenza è quindi nel desiderio avido e appassionato che incatena l’essere umano al suo stato di condizionamento. Il Nirvana sta ad indicare l’estinzione assoluta del desiderio del vivere che fa essere l’uomo prigioniero della  trasmigrazione dell’anima.

Il Nirvana è quindi nel Buddismo la dissoluzione del Karma e l’uscita definitiva dalla sofferenza e dal dolore. Il Buddha non ha mai detto che cosa positivamente sia il Nirvana, ha insegnato solo la via per prepararsi ad entrare, cioè il sentiero che conduce alla cessazione del dolore. Il Buddha insegnò ai suoi fedeli l’Ottuplice Sentiero della Legge: retta revisione, retto pensiero, retta parola, retta azione,retto modo di vivere, retta applicazione, retta azione, retta meditazione. Il Buddismo nei 25 secoli della sua esistenza, non si è sviluppato in maniera omogenea. Esso si è diffuso in tre forme di vita spirituale o “veicoli”, cioè tre sentieri per raggiungere alla liberazione.

Ci troviamo di fronte a veicoli tanto diversi, che si deve parlare non più di un unico Buddismo, ma di tre Buddismi che divergono tra essi in modo essenziale, e sono: Hinayana ( piccolo veicolo ), Mahayana ( grande veicolo ), Vajarayana ( via dei Tanta ). Il Hinayana è principalmente diffuso nel sud-est asiatico: Birmania, Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Sri-Lanka. Il piccolo Veicolo è la forma più antica e pura di Buddismo. Nel corso dei secoli esso si è diviso in molte scuole, sia per mancanza di un’autorità dottrinale suprema, sia per l’individualismo asiatico che cerca la salvezza individuale ponendosi alla scuola di un maestro rinomato. Per piccolo Veicolo che composto e tramandato il canone delle scritture buddiste, il vero devoto è il monaco, perché a differenza del laico, ha scelto un genere di vita che gli consente di fuggire dal mondo e di darsi alla pratica della meditazione, per conseguenza solo il monaco può raggiungere al Nirvana. Il Mahayana, invece, è nato nel nord-ovest,dell’India, un centinaio di anni circa dopo l’inizio della nostra era e si è diffuso in Cina, nel Tibet, in Corea, in Giappone.

Il grande Veicolo si è chiamato “ grande  mezzo di progresso ”, perché al contrario del piccolo Veicolo che è riservato a pochi, esso può essere praticato anche ai laici. L’ideale del grande Veicolo non è più il monaco solitario, ma il Bodhi sativa, cioè colui che avendo raggiunto l’illuminazione, non va nel Nirvana, ma fa voto di restare sulla terra per aiutare gli uomini a giungere alla salvezza.

Questa corrente dà molto spazio a pratiche devozionali rivolte al Buddha e ad altri illuminati, visti come esempi da imitare e beati da invocare. Infine, il Vajarayana ( Veicolo dei Tantra o del diamante ) è la corrente meno diffusa che più si scosta dalle origini, insistendo proprio sui punti che il Buddha aveva maggiormente criticato: la magia e il ritualismo. Il Veicolo del diamante si afferma verso il VI secolo e si diffonde prevalentemente in Mongolia e nel Tibet. Esso si basa sui mantra ( formule magiche composte da una serie di sillabe sanscrite ) e raggiunge il Nirvana combinando il metodo dei sutra ( discorsi del Buddha ) con l’uso dei mantra, cioè servendosi di incantesimi e di riti magici. Notiamo bene come tra queste tre correnti principali del Buddismo ci siano delle differenze colossali che non distinzioni tra Cattolicesimo, Protestantesimo e Ortodossia.

Riguardo al rapporto tra Cristianesimo e Buddismo mi sembra che la grande differenza di fondo sia nel modo di vedere la realtà fenomenica che per il Cristianesimo è alquanto positiva, mentre per il Buddismo è alquanto negativa. Per il pensiero cristiano l’esistere è un bene e la pienezza dell’Essere stesso che è Dio. Invece per il pensiero buddista la realtà è essenzialmente dolore e lo scopo a cui bisogna rendere è la soppressione della sofferenza e quindi dello stesso esistere fenomenico, perciò l’ideale da raggiungere non è la pienezza della propria persona, ma è il  “ vuoto di sé ” .

Le applicazioni pratiche di queste due visioni del mondo sono che mentre nel Cristianesimo vi è l’impegno nella storia perché l’uomo viene visto come collaboratore di Dio nel portare a termine l’opera della creazione, nel Buddismo vi è la fuga dal mondo perché la realtà è dolore e non si può migliorarla, ma occorre dissiparne l’illusoria bontà. Non vale allora la pena di impegnarsi a migliorare il mondo, ciò che conta è liberarsi dalle sue illusorie attrattive. Certamente questo modo di interpretare la realtà ha avuto un notevole influsso sull’immobilismo tecnico-scientifico e sociale dei paesi buddisti. Il Buddismo e il Cristianesimo hanno due fondatori storici e tra questi due uomini vi sono molte analogie, ma anche alcune radicali dissomiglianze. Gesù fu un uomo religioso, Buddha , invece, se non si dichiarò personalmente ateo, si mostrò agnostico verso ogni forma di divinità.

L’impressione è che il Buddha piuttosto che negare Dio non si curò di tale nozione, ma la ignorò come inutile, perché per Buddha ognuno deve fidarsi solo di stesso; divinità o demoni non possono né servire né nuocere. Ho l’impressione che proprio tali dottrine abbiano enormemente agevolato la diffusione in Asia del Marxismo e dell’ Ateismo comunista. Gesù ebbe la coscienza della sua natura divina trascendente di figlio di Dio e di annunciatore nella sua persona del Regno di Dio. Buddha invece non si considerò mai Dio, ma solo un semplice uomo che aveva indicato all’umanità il Nobile Ottuplice Sentiero della liberazione dal ciclo delle rinascite e la legge contenuta nelle Quattro Nobili Verità che sono l’unica guida dei discepoli. Gesù ebbe una vita molto tribolata e dopo tre anni circa di predicazioni durata 45 anni e coronata da grandi successi, morì vecchio, circondato dalla venerazione dei suoi monaci.

Il Buddismo e il Cristianesimo si presentano entrambi come via di salvezza, tuttavia differiscono radicalmente sia nel modo di concepire la salvezza , sia nei mezzi per raggiungere il Nirvana, che è la realtà assoluta, l’unica capace di calmare tutte le aspirazioni della felicità, ma non è Dio, né di ordine divino. Il Buddhismo ammette un assoluto che è il Nirvana, ma non ammette un Dio personale, questo perché per la filosofia indiana “ persona ” e “ individuo” sono la stessa cosa. Perciò secondo tale filosofia se il Nirvana fosse Dio, bisognerebbe considerarlo come una persona; ma se esso fosse personale, apparterrebbe all’ordine delle realtà individuali, che sono realtà relative, si avrebbe allora l’assurdo di un “Assoluto-relativo”, che è una contraddizione, quindi è impensabile.

Tutto il Buddismo si fonda sulla dottrina del Non-Sé ( anatta ) , per cui non può concepire l’Assoluto come il sé Assoluto e quindi come Dio personale. Per il Cristianesimo Dio è tripersonale ed è assolutamente libero da ogni necessità sia esterna che interna. Dio, pur restando l’ineffabile, si è rilevato agli uomini come amore nella persona di Gesù di Nazareth. Quindi il Cristianesimo, oltre che la personalità di Dio, professa l’umanità di Dio in Gesù che è il  mediatore della salvezza tra Dio e gli uomini e al di fuori del quale l’uomo senza la sua grazia non può raggiungere la salvezza. Nel Buddismo, invece, gli uomini si salvano per virtù propria se seguono la legge insegnata dal Buddha.

Il Buddismo non conosce né il peccato, né la grazia, né la fede, né i peccati, né i sacramenti, non c’è il peccato da cui si debba essere liberati, ma solo il ciclo delle rinascite da cui ci si salva estinguendo il desiderio attraverso l’ascesi e la meditazione. Con il “ risveglio” si raggiunge il Nirvana, uno stato ineffabile di vuoto assoluto d’essere, che è totalmente diverso dal Paradiso cristiano, che è invece la pienezza d’essere nella partecipazione all’Essere stesso di Dio. In conclusione nel Buddismo non si parla di Dio, al centro della sua ricerca vi è l’uomo del quale si promuove la crescita interiore e la liberazione psico-spirituale dalla sofferenza.

La centralità dell’uomo e l’assenza di Dio fanno del Buddismo una religione perlomeno anomala. Il Nirvana è visto come liberazione perfetta dal dolore ed è quindi concepito come traguardo, non come origine, e tanto meno come persona, con la quale ci si mette in rapporto e dalla quale ci si mette in rapporto e dalla quale si è aiutati. Per il Buddismo l’importante è superare la sofferenza. Per i buddisti c’è la meditazione ma non la preghiera, c’è la responsabilità delle proprie azioni, ma non la grazia divina. Tra Buddismo e Cristianesimo c’è un enorme divario che fa emergere tutta la profonda novità e originalità di Gesù Cristo nostro Signore e Salvatore.

Don Marcello Stanzione



LA SEDUZIONE DEL DEMONIO E LA STREGONERIA: HALLOWEEN




















Si avvicina la ricorrenza pagana di Halloween e purtroppo molti genitori, specialmente se di nuova generazione figlia del ‘68, a causa di una evidente interruzione nella trasmissione della fede, sempre più spesso cedono alle lusinghe tipiche della “notte delle streghe”: indirettamente e forse in buona fede, verosimilmente “iniziano”- anche solo nella curiosità- i propri figli alla magia, alla stregoneria, all’esoterismo.

PREMESSA INTRODUTTIVA: CONTRO L’«ERRORUM TENEBRIS»
Sprofondato in “errorum tenebris”, il contemporaneo non è più in grado di distinguere menzogna e verità. Solo la vera carità, ovvero al servizio della Verità, può aiutarci a capire e discernere:

Quanto alla pretesa incompatibilità tra l’intransigenza dottrinale e la carità, è facile vedere che il riconoscimento esplicito del valore assoluto del credo favorisce eminentemente l’amore del prossimo. L’apostolato cattolico non è la forma più alta della carità? Ma dove si alimenta questa fiamma di proselitismo che arde così intensa nella Chiesa, se non nella certezza invincibile della VERITÀ dei suoi dogmi, e nella speranza di far partecipare tutti coloro che sono tuffati in “errorum tenebris”?

La fermezza della sua credenza, ben lungi da fare rientrare il cristiano nella sua torre di avorio, da chiuderlo in un isolamento sdegnoso, lo strappa al contrario a tutte le forme d’egoismo, lo ispira in relazione a quelli che non conoscono la verità, un amore così profondo, così puro, così disinteressato, che andrà fino alle sofferenze più dure ed a volte fino alla morte.  Si sa tutto il sangue che è già costato alla Chiesa la realizzazione del “docete omnes gentes”. Non si concepisce affatto un apostolo agnostico.

Se, invece, le divergenze dottrinali non hanno un’importanza, gli occorrerebbe dire per essere logico con sé, che tutte le religioni si valgono.  Questa conseguenza dell’agnosticismo è stata molto chiaramente esposta nell’enciclica “Pascendi”. Ma allora, non è inutile, anzi nocivo qualsiasi tentativo d’apostolato?

Che ciascuno resti dunque nella sua propria casa dottrinale, via dall’interesse religioso dell’umanità. Il problema è che quest’individualismo somiglia molto più all’egoismo che alla carità. “La verità sola è carità– ha detto il padre Lacordaire- solo possedendo la verità, ne possediamo il calore incomunicabile. Qualsiasi altra dottrina viene da giù; viene dall’uomo, dal suo cuore stretto, dal suo spirito più stretto ancora, dal suo orgoglio più stretto dell’uno e dell’altro, essa viene dall’egoismo e torna all’egoismo.”

Qualcuno raccomanda un metodo d’unione che “indurrà i cristiani realmente spirituali a non consumare le loro forze in discussioni su divergenze speculative relativamente poco importanti, e concentrare tutti i loro sforzi per cooperare all’instaurazione universale del regno dei cieli, questo nuovo ordine d’amore e di servizio reciproco”.  Eppure … non si vede niente affatto, in quello che sarà questo nuovo ordine d’“amore” e questo servizio reciproco, se la verità non viene più proclamata.

Più l’amore è profondo e più le sue ambizioni salgono. Il cuore è più del corpo. Rinunciare all’idea di verità, è togliere all’amore la sua manifestazione più alta ed il suo esercizio più normale, poiché la carità della dottrina è la prima e più nobile delle carità.  È l’immagine più perfetta dell’amore di Dio, che ha voluto arricchirci della conoscenza propria che ha da sé, e dell’amore di Gesù Cristo che è venuto a rivelarlo al mondo. Vi è apparso come una luce in mezzo alle oscurità, le sue opere non hanno avuto un altro scopo che di farla splendere dinanzi agli uomini, ha guarito i corpi soltanto per raggiungere i cuori. [cit. R.P.E.A. Poulpiquet O. P., Le dogme, source d’unité et de sainteté dans l’Église, Trad. P. Saw coll. C. Di Pietro]

UOMO MODERNO: NO DIO, SI HALLOWEEN
Si è liberi di credere o meno nell’esistenza delle arti magiche ed occulte, tuttavia l’uomo e la donna di religione cattolica hanno il dovere morale ed anche l’obbligo di fede, di crederci (ESISTONO): il sovrannaturale, il metafisico, tutto ciò che è “oltre”, cioè trascende il mondo materiale, ossia la sfera dei fenomeni percepita dai sensi, esiste, e può essere o di natura “buona” o di natura “non buona”; purtroppo l’attuale società, specie a seguito della pretesa “libertà di sbagliare”[1], è dominata precisamente dall’immanentismo e da quelle teorie filosofiche moderne che, nate da Cartesio ed ispirate al suo “cogito”, portano l’umanità alla negazione della trascendenza quindi all’umanesimo radicalmente ateo.

Eppure, nonostante il dominio dell’immanenza, quindi dell’“essere tutto in sé”, molti contemporanei detti “razionalisti” cadono nel tranello della magia, del sortilegio, della medianicità, del “destino”, del “sesto senso”, ecc… Strana questa dinamica, poiché il “razionalista contemporaneo” non dovrebbe assecondare nulla di incomprensibile eppure, certamente ingannato dal maligno, finisce col negare di sovrannaturale solo il “Bene”, quindi Colui che impone dei limiti e delle regole alla sfacciataggine ed all’ego umano, ma con una certa superficialità lo si vede aderire ben volentieri al “male metafisico” quasi venduto quale allegro paganesimo.

Si sente dire: “Halloween, non ci credo, è solo un modo per far divertire i miei figli”. Ebbene, i figli non possono divertirsi anche all’oratorio o pregando il Rosario? Allora la risposta è: “no, l’oratorio no, il Rosario è antico, ma Halloween si” … Si capisce con evidenza che c’è qualcosa che non va nella sfera interiore della persona (il concetto di Halloween è più antico del Rosario), c’è una ostinazione solamente contro “il Bene”, contro “le regole”, quindi- senza regole- piano piano l’altro non esiste più e ci riduce ad una vita di egoismo o, al massimo, di misera filantropia spacciata per carità.

STREGONERIA, MAGIA E SUPERSTIZIONE
La magia, da non confondere con l’illusionismo proprio e dichiarato tale, è quell’“arte” mediante la quale il cosiddetto “medium” opera a presunto beneficio oppure a danno del prossimo (o di se stesso); questi usa formule, gesti, ingredienti, sostanzialmente si prodiga con ritualità nella sua “arte” e presume di entrare in contatto e di strumentalizzare ai suoi fini esseri extramondani, ossia potenze occulte; il “mago” o “stregone” cerca così di ottenere informazioni superiori all’intelligenza umana, oppure di procurarsi effetti avulsi alle leggi della natura, quindi superiori alle occorrenze della scienza.

Sortilegi, stregonerie, negromanzia, idromanzia, scrittura automatica, sedute spiritiche, lettura dei tarocchi, interrogazioni degli astri, ecc … sono tutte pratiche già fortemente colpite dal Diritto romano sin dall’antichità, ma vengono condannate più volte anche nella Bibbia (A.T. e N.T.) e dal Magistero della Chiesa, poiché tutte queste e tante altre pratiche occulte, si oppongono apertamente ai piani della Provvidenza che evidentemente guida noi uomini secondo strade differenti da quelle che la “magia” vorrebbe imporre e propone.

Le pratiche esoteriche, inoltre, danneggiano il prossimo ma anche chi le compie, difatti il maligno- che opera indistintamente sia celato da presunto “angelo” o “anima buona” nella cosiddetta “magia bianca”, ma anche apertamente quale “demonio” o “dannato” nella “magia nera”- in realtà altri non è che sempre Satana: nulla di esoterico può venire da Dio o dal mondo dei morti. San Tommaso d’Aquino nella Summa Thelogiae:

Le divinazioni e le pratiche di cui si parla appartengono alla superstizione in quanto dipendono da certi interventi dei demoni. Ed è così che si riallacciano a dei patti stabiliti con essi;

Come insegna Dionigi, «il bene deriva da una causa totale e completa, il male invece da particolari difetti». Ecco perché a un’unica virtù si contrappongono molteplici vizi. [2]

NON ESISTE MAGIA BUONA O “BIANCA”
Anche i presunti “maghi buoni” o praticanti la “magia bianca”, in realtà non sono altro che operatori di iniquità, spesso ingannati dalla loro stessa superbia e quindi disobbedienti alle regole della Chiesa, che invece è  «Mater et Magistra»:

… in materia di religione il vizio consiste nel non rispettare il giusto mezzo secondo certe circostanze. Infatti il culto divino si può prestare: o a chi si deve, cioè al vero Dio, «però in maniera indebita», e questa è la prima specie di superstizione; oppure a chi non si deve, cioè a una creatura qualsiasi. È questo un altro genere di superstizione;

Sant’Agostino accenna a queste tre cose nel De Doctrina Christiana quando scrive, che «è superstizioso tutto ciò che fanno gli uomini nel fabbricare e nell’onorare gli idoli»: e qui accenna alla prima. Poi aggiunge: «e tutto quello che è consultazione dei demoni, o patto simbolico accettato e concluso con essi», accennando così alla seconda. E finalmente poco dopo conclude, accennando alla terza: «Appartengono a questo genere di superstizione tutte le fasciature magiche, ecc.».[3]

ATTENZIONE AI PRESUNTI “VEGGENTI”
Il bene, Dio, Colui che è il nostro Re Gesù Cristo e la nostra Regina la Vergine Maria, si onorano con il culto che loro si deve e che è ben insegnato dal dogma e disciplinato dalla Chiesa, quindi avremo i Sacramenti ed avremo il culto di latria  (da Latreía, che si deve a Dio), quello di iperdulia (da Yperdoylía, rivolto alla Madre di Gesù), e quello di dulia (da Douleía, che si presta agli angeli ed i santi). Pertanto:

L’arte notoria è illecita e inefficace. Illecita perché nell’acquisto della scienza ricorre a dei mezzi che non hanno la capacità di causare la scienza: quali, per esempio, la considerazione di determinate figure, la recita di parole sconosciute, e altre cose del genere. Perciò codesta arte non si serve di tali mezzi come di cause, bensì come di segni. Ma certo non sono segni istituiti da Dio, come i sacramenti. Dunque son segni privi di valore: e quindi rientrano nei «segni convenzionali stabiliti e combinati coi demoni». Perciò l’arte notoria, a detta di Sant’Agostino, «dev’essere ripudiata e fuggita dal cristiano», come le altre «arti illusorie e nocive della superstizione».[4]

Lo stesso dicasi per i presunti “veggenti” o “profeti” che vanno oltre le regole della Chiesa e pretendono di oltrepassare- direttamente o con ambiguità e astuzie- il dogma quindi la Rivelazione, questo perché la loro è una falsa scienza, è la presunzione di svelare cose misteriose e sconosciute, eventi futuri, ecco perché la Chiesa è stata sempre molto attenta a vigilare su codesti soggetti: basta una menzogna, una disobbedienza ostinata per mettere in discussione messaggio e soggetto. Il diavolo è molto astuto e, come abbiamo visto nello studio [5] sulle false devozioni, sa ben mascherarsi anche da “Cristo” o da “Vergine Maria”, ma in realtà è Satana; l’essere immondo è vero che non può vedere il futuro ma può, per permissione di Dio, condizionando gli uomini, adoperarsi affinché quello che egli prevede, accada nel concreto. Questo intento, affinché il presunto “veggente” diventi credibile e continui ad ingannare sempre di più. San Tommaso:

Acquistare la scienza è cosa buona: ma acquistarla in modo disonesto non è cosa buona. E appunto questo è l’intento dell’arte notoria;

Sulla pratica della disobbedienza nei presunti “veggenti”, che vengono da Satana anche senza rendersene conto… quei fanciulli praticavano l’astinenza non secondo le vane osservanze dell’arte notoria, ma seguendo le norme della legge divina, per non contaminarsi con i cibi dei gentili. Perciò essi ricevettero da Dio la scienza per il merito dell’obbedienza, conforme alle parole del Salmista: «Ho compreso più dei vecchi, perché io ho cercato i tuoi comandamenti»;

Domandare ai demoni la conoscenza del futuro è peccato non solo perché essi non lo conoscono, ma anche per il contatto che ciò implica con essi: il che avviene anche nel caso presente.[6]

CRISTO, LA CHIESA E LA LOTTA A STREGONI, MAGHI E “VEGGENTI”
La lotta ad demonio si fa sin dai tempi degli Apostoli, nel nome di Gesù (Mi 7,22; Mc 9,38 s); Egli manda in missione i suoi discepoli, che non sono semplicisticamente assimilabili ai laici contemporanei, e comunica loro il potere sui demoni (Mc 6, 7. 13 par.); difatti i diavoli sono loro soggetti (Lc 10,17-20), e questo sarà uno dei segni che accompagnerà la Chiesa nella predicazione del Vangelo, insieme con i miracoli veri: la lotta al demonio e la liberazione di ossessi, posseduti e dalle infestazioni (Mc 16,17).  Numerose liberazioni degli indemoniati riemergono negli Atti degli Apostoli (8,7; 19,11-17), ma il duello degli inviati di Gesù contro Satana  e le sue Legioni assume pure altre forme:

– lotta contro la magia, le superstizioni di ogni specie (13, 8 ss; 19, 18 s) e la credenza negli spiriti divinatori (16, 16);

– lotta contro l’idolatria in cui i demoni si fanno adorare (Apoc 9,20) ed invitano gli uomini alla loro mensa (1 Cor 10, 20 s);

– lotta contro la falsa sapienza (Giac 3, 15), contro le dottrine diaboliche che si sforzeranno in ogni tempo di ingannare gli uomini (1 Tim 4, 1), contro gli operatori di falsi prodigi arruolati al servizio della bestia (Apoc 16, 13 s).

Satana ed i suoi ausiliari agiscono dietro tutti questi fatti umani che si oppongono al progresso del vangelo. Persino le prove dell’apostolo sono attribuibili ad un angelo di Satana (2 Cos 12,7). Ma, grazie allo Spirito Santo, ora si sa discernere gli spiriti (1 Cor 12, 10) e non ci si lascia più ingannare dai falsi prodigi del mondo diabolico (cfr. 1 Cor 12, 1 sa). Impegnata, sull’esempio di Gesù, in una guerra a morte, la Chiesa conserva un’invincibile speranza: Satana, già vinto, ha solo più un potere limitato; la fine dei tempi vedrà la sua disfatta definitiva e quella di tutti i suoi ausiliari (Apoc 20, 1 ss. 7-10). [7]

Per la salvezza delle anime, quindi, furono e sono necessarie le corrette e cattoliche “battaglie” contro “maghi” e stregoni. Diversamente da quello che sostenevano Karl Bihlmeyer ed Hermann Tüchle (o i loro revisori moderni) [8] nei loro volumi “Storia della Chiesa”- probabilmente così osannati in numerosi seminari negli anni ‘80, occupati con sempre maggior foga dai modernisti- la Chiesa ed i Papi non hanno combattuto la stregoneria usando il “Malleus Maleficarum”, inoltre non è possibile ridurre “il processo alle streghe” ad un semplice “fanatismo collettivo” cui era “quasi impossibile ogni resistenza”; a smentirli nettamente c’è numerosa cronaca storica proveniente addirittura da ambienti ostili al cattolicesimo- e torneremo a parlarne dettagliatamente in altre occasioni- ma oggi basti sapere che finanche l’israelita John Tedeschi, distinguendo fra la ponderata e canonica “lotta” cattolica e quella barbara e figlia del protestantesimo, scriveva:

Occorre soprattutto riconoscere che vi furono sviluppi e cambiamenti nell’interpretazione della procedura legale. Sono in errore, per esempio, quei moderni studiosi che pensano che il famigerato «Malleus Maleficarum», scritto da due domenicani tedeschi e pubblicato per la prima volta nel 1486, sia restato il testo canonico per la persecuzione (dei sospettati di eresia) nei due secoli successivi, non solo nei paesi cattolici ma anche in quelli protestanti. Al contrario, una filosofia radicalmente opposta a quella del «Malleus» trovò crescenti consensi nei tribunali del Sant’Uffizio […] raggiungendo dignità di norma con la «Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum» […] nel ‘600 fu incorporata nel «Sacro Arsenale».[9]

CONCLUSIONE E CONTRO-HALLOWEEN
Se volessimo approfondire ora il discorso sulla stregoneria e su Halloween, ci vorrebbero 1.000 e più pagine, quindi concludo il presente con un invito e con una promessa:

1) festeggiamo Ognissanti e non Halloween;

2) io ed il sacerdote don Marcello Stanzione stiamo comparando numerose fonti e testi su Halloween e, a Dio piacendo, nel 2014 pubblicheremo un compendio ove commenteremo le varie ipotesi ed approfondiremo la tematica sia dal punto di vista storico che dottrinale.

In rete e nelle librerie ci sono numerosi scritti accreditati nei quali si documenta l’origine diabolica di questa festa pagana, la sua natura malefica e le ragioni pratiche dello stesso propagarsi della ricorrenza oggigiorno, dunque non mi ripeterò. Nulla di ciò che ho letto e studiato riconduce la ricorrenza di Halloween a Dio od al bene, ma solo al male, a strane leggende pagane, alle streghe, ai diavoli, alle arti “magiche”, a commemorazioni di episodi sconci e blasfemi; a prescindere dalle origini controverse ma dibattute di questa ricorrenza, vorrei concentrare le attenzioni sul suo “messaggio”: è sicuramente non buono, va boicottato!

Cerchiamo di ostacolare il propagarsi di questa arzilla ma intrinsecamente pericolosa festicciola, molto insidiosa, e di dedicare le nostre attenzioni, onorando con fede-speranza-carità, la solennità che celebra insieme la gloria e l’onore di tutti i Santi (canonizzati e non). Sicuramente c’è bisogno di Santi e non di diavoli.

Un’iniziativa da proporre in tutte le chiese: a Campagna (SA) presso la sede della Milizia di San Michele Arcangelo, parrocchia di Santa Maria la Nova, III Edizione di “Quelli vestiti come i Santi”, il 31 ottobre 2013, ore 18:00 processione in abbigliamento “come il proprio Santo”, ore 18:30 Santa Messa, ore 19:30 Agape fraterna e preghiera.

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro

Comunione ai divorziati, unioni gay e gender. Quattro grandi bugie della stampa sul Sinodo










Aprendo il quotidiano torinese La Stampa trovo un interessante inchiesta su come le parrocchie a Torino e altrove da oggi “applicheranno” la relazione finale del Sinodo. Una comunità di religiosi torinesi si proclama orgogliosamente, come si diceva un tempo, antemarcia: da tempo, afferma, riconosce il diritto alla comunione dei divorziati risposati «come dice il Sinodo» e si comporta di conseguenza. Inchieste simili appaiono anche in altri grandi quotidiani, non solo italiani. Avevamo messo in guardia su queste colonne sulle possibili falsificazioni mediatiche, ma quanto sta succedendo supera ogni previsione. Occorre dirlo con chiarezza: è una colossale mistificazione, uno scandalo, una vergogna. Ci sono, in questo modo di accostarsi al Sinodo, quattro bugie in una. Esaminiamole, e capiremo nello stesso tempo che cosa ha veramente detto il Sinodo.

Bugia numero uno: nessuna parrocchia, comunità, prete o fedele è chiamato da oggi ad «applicare» il Sinodo. Il Sinodo non ha deciso nulla e non ha prescritto nulla a sacerdoti e fedeli. Non poteva farlo. Non voleva farlo. Due volte, all'inizio e a metà del Sinodo, è intervenuto papa Francesco a ricordare che «un Sinodo non è un parlamento» ed è regolato, in attesa di eventuali riforme, dal motu proprio Apostolica sollicitudo del 1965 di Papa Paolo VI che lo ha istituito. Questo documento precisa che scopo del Sinodo non è introdurre riforme, ma fornire «informazioni e consigli» al Papa in vista di decisioni che lui, e lui solo, potrà eventualmente prendere La relazione finale del Sinodo, non è un testo rivolto immediatamente ai fedeli per regolare la loro vita cristiana. È una sintesi dei consigli e delle informazioni che i padri sinodali intendono fare giungere al Papa, rimettendosi alle sue decisioni. 

È vero che al Sinodo si è votato sulle singole proposizioni, ma si è votato su che cosa consigliare al Papa, non su che cosa prescrivere ai fedeli. Ha ancora minore senso scrivere - come altri fanno - che al Sinodo il Papa avrebbe «perso» perché su alcuni punti la relazione non si sarebbe espressa come avrebbe preferito. Forse per essere chiari occorre esprimersi in termini brutali: il Papa «vince» sempre, perché alla fine fa maggioranza da solo anche contro tutti gli altri.

Bugia numero due: il Sinodo non consiglia da nessuna parte al Papa di aprire le porte della comunione ai divorziati risposati. L'espressione «comunione ai divorziati risposati» o altre analoghe nella relazione semplicemente non ci sono. La relazione ribadisce che il matrimonio cristiano è indissolubile e non contiene nessuna apertura al divorzio. Invita ad accogliere i divorziati risposati nelle comunità cristiane, esortandoli a partecipare alla Messa e alla vita parrocchiale, ma questo era stato detto tante volte in passato e non è certo una novità. Quanto alla «più piena partecipazione alla vita della Chiesa» dei divorziati risposati, il numero 85 della relazione invita a un discernimento. Tra i criteri di discernimento si suggerisce riguardo ai divorziati di «chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l'unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio». Ma il numero 86 esclude ogni gradualità della legge: «dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. Familiaris consortio 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità», anche se dovrà mettere insieme verità è misericordia. 

Non è dunque neppure esatto scrivere che sulla comunione ai divorziati il Sinodo ha consigliato al Papa di invitare i sacerdoti a «decidere caso per caso». È vero che la «più piena partecipazione» potrebbe in astratto comprendere l'accesso ai sacramenti e questo spiega perché il numero 85 della relazione ha ottenuto la maggioranza prescritta per un solo voto. Ricordando sempre - a costo di sembrare ripetitivi - che la votazione riguardava semplicemente che cosa consigliare al Papa, si possono comprendere le ragioni di chi ha votato contro, osservando però che il numero 85 non consiste di punti esclamativi, ma di punti interrogativi, certo sintesi di posizioni diverse, a proposito delle quali spetterà al Pontefice sciogliere ogni dubbio. Per loro natura, i punti interrogativi si possono leggere in modi diversi. Ma affermare che nel numero 85 c'è scritto che è opportuno dare la comunione ai divorziati risposati significa, molto semplicemente, non averlo letto. 

Bugia numero tre. Chi legge certi quotidiani ha l'impressione che il Sinodo si sia riunito per parlare di divorziati risposati e di omosessuali. Il Papa aveva già messo in guardia: qual dei divorziati non è la questione principale. Ma nessuno gli ha dato retta. Di divorziati si parla in una paginetta e mezza di un documento molto ampio. La relazione finale vuole anzitutto che ovunque nella Chiesa si parli di più della bellezza della famiglia, del matrimonio, dell'amore fedele e indissolubile di un uomo e di una donna. Il Sinodo sa che in molti Paesi, Italia compresa, il primo problema non è la sorte dei matrimoni, ma il fatto che un numero crescente di giovani sceglie di convivere senza sposarsi. I padri sinodali non raccomandano al Papa anatemi e condanne, ma gli chiedono di guidare la Chiesa in una grande campagna mondiale perché i giovani si innamorino nuovamente del matrimonio e decidano di spendere la loro vita nel rischio e insieme nella bellezza della famiglia e dei figli. 

Nel discorso conclusivo Papa Francesco ha certo parlato di misericordia, ma ha anzitutto «sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana». La relazione propone un'amplissima trattazione della grandezza del matrimonio e del ruolo cruciale della famiglia nella Chiesa e nella società. Questo è il cuore del Sinodo.

Quarta bugia: riguarda solo alcuni giornali e giornalisti, ma forse è la più grossa. Qualcuno - a partire dal New York Times - ha voluto trovare nella relazione del Sinodo perfino un'apertura alle unioni omosessuali. Il Sinodo si è occupato poco di omosessuali, ma se n'è occupato abbastanza per dire precisamente il contrario. Certo, il Sinodo ha ripetuto quanto il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 già affermava: le persone omosessuali vanno accolte nelle famiglie e comunità con «rispetto, compassione e delicatezza». Nello stesso tempo, il Sinodo ribadisce che il matrimonio è solo fra un uomo e una donna, e che la Chiesa non accetta «analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». L'inciso «neppure remote» è molto importante. Significa che la Chiesa rifiuta non solo il «matrimonio» omosessuale ma anche istituti, comunque si chiamino, che presentano «analogie» anche soltanto «remote» con il matrimonio. La senatrice Cirinnà, che aveva detto di aspettarsi dal Sinodo aperture alle sue unioni civili, che ovviamente hanno ben più di «analogie remote» con il matrimonio, è stata respinta con danni, e non solo lei. 

Lungi poi dal cedere a chi cerca d’intimidire la Chiesa sostenendo che la teoria del gender non esiste, il documento afferma al n. 8 che «una sfida culturale odierna di grande rilievo emerge da quell’ideologia del “gender” che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina». Nelle scuole e in altri ambiti educativi, denuncia il n. 58, «spesso vengono presentati modelli in contrasto con la visione cristiana della famiglia. La sessualità è spesso svincolata da un progetto di amore autentico. In alcuni Paesi vengono perfino imposti dall’autorità pubblica progetti formativi che presentano contenuti in contrasto con la visione umana e cristiana»: rispetto ad essi, «vanno affermati con decisione la libertà della Chiesa di insegnare la propria dottrina e il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli educatori». 

La relazione stigmatizza pure le organizzazioni internazionali che vogliono imporre la teoria del gender ai Paesi in via di sviluppo. Su questo punto come su altri – si condannano duramente aborto ed eutanasia, e in tema di anticoncezionali si afferma che la Humanae Vitae dev’essere «riscoperta», «al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita» – le bugie hanno le gambe corte. Ma non cortissime. Quanti, non solo fra i fedeli ma anche i sacerdoti, leggono solo i quotidiani laici anziché il testo della relazione del Sinodo e i discorsi del Papa?

Articolo di Massimo Introvigne del 27.10.2015




domenica 25 ottobre 2015

Quelli che son più buoni di Nostro Signore. Sinodo e sentimentalismo



Gli obbrobri dottrinali proclamati di recente da vari padri sinodali (e non solo) riguardo alla possibilità di permettere l’accesso alla Santa Comunione anche ai “divorziati risposati” non dipendono tanto dalla scarsa preparazione teologica di coloro che li proclamano, quanto dalla decisione di abbandonare la via della teologia come fondamento della Dottrina e della pastorale. Gran parte di coloro che si sono espressi favorevoli a un tale oltraggio nei confronti dell’insegnamento della Chiesa, hanno ottime competenze teologiche, almeno dal punto di vista accademico.

Come mai, allora, sono caduti in un errore così evidente?

Sua Santità Pio XII ci metteva in guardia già prima del Concilio Vaticano II: “Il più grande peccato è che si è perso il senso del peccato”. Questo è uno dei più terribili inganni del modernismo, che, essendo intriso di fenomenismo, soggettivismo e relativismo Kantiano assieme all’Idealismo Hegeliano, è contrario alla cognizione razionale. E dunque, screditando il retto utilizzo della ragione, la teologia, che non è un’opinione ma una scienza (rigorosa e metodica) che esercita la ragione sul messaggio della rivelazione accolto dalla fede, diviene un ostacolo all’affermazione dell’eresia modernista.  

Di conseguenza si predilige un approccio soggettivo, relativo e qualunquista, rispetto ad un approccio teologico, ossia oggettivo, razionale e anche logico. Dunque, per ritornare alla constatazione di Pio XII, il problema è che non si affronta più la questione del peccato con oggettività e distacco, bensì con becero sentimentalismo (soggettivista) in salsa compassionevole e misericordiosa. In nome della (falsa) pietà si è preferito abbandonare la teologia del peccato, che è ciò che Dio ci ha rivelato del peccato e si trova nel Magistero, nella Tradizione e nelle Scritture, per rimpiazzarla con la filosofia moderna antropocentrica.

Non solo “si è perso il senso del peccato” ma naturalmente anche il senso del Sacro (il Novus Ordo Missae c’entra qualcosa, forse?) e della Grazia. Non si crede più nella forza intrinseca della Verità. Volgendo lo sguardo soltanto sull’umano e non sul divino, è ovvio che il peccato sembra qualcosa di insormontabile e imbattibile. In effetti, lo è, se non si tiene più in considerazione la Grazia di Dio Onnipotente. È bene confidare in Gesù Cristo che risuscitando ha vinto la morte. Sta scritto: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore” (Ger 17, 5).


I paladini della “Comunione per tutti” non si servono della teologia perché non gli è d’aiuto. Secondo loro, giacché ogni persona ha la sua storia, unica e singolare, allora non si può generalizzare dicendo che tutte le anime che vivono in adulterio siano in peccato mortale. È certamente vero che alcuni giudizi riguardanti il foro interno delle persone spettano soltanto a Dio, tant’è che la Chiesa non asserisce quasi mai con certezza che una particolare persona vada all’inferno, ma appunto questo giudizio spetta a Dio. Non si può far leva su un giudizio che non spetta ai pastori, perché un simile ragionamento non ha nulla di teologico. Dio si è rivelato per la Salvezza degli uomini. Bisogna perciò avvalersi di ciò che Dio ci ha rivelato (approccio teologico), anziché disquisire su ciò che Dio non ci ha rivelato (approccio modernista), ossia come Egli ci giudicherà singolarmente nel giorno del Giudizio.

Dio ci ha rivelato – ripeto – tramite il Magistero (fonte prossima) e la Tradizione e le Scritture (fonte remota) che chiunque osi commettere adulterio e non pentirsene si trova sicuramente in peccato mortale.  Il Catechismo insegna che gli adùlteri hanno sulla coscienza un peccato gravissimo e chi si trova in questo stato non può accedere al Sacramento dell’Eucaristia. Gesù infatti ha detto: “«L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio»”(Mc 10, 9-12). Non c’è altro da aggiungere.

È stato proprio Lucifero, invidioso com’era, che ha voluto mettersi al posto di Dio e oggi non bisogna cedere alla stessa tentazione. Questa superbia di voler sapere tutto, di pretendere di conoscere l’intimo dell’uomo meglio di Dio, di voler essere più buoni di Nostro Signore e essenzialmente di non farci bastare la teologia, certamente non è ispirata dallo Spirito Santo, che al contrario ha prodotto la teologia proprio perché la Chiesa la utilizzasse per compiere l’opera salvifica di Dio Padre.





DIKTAT AL SINODO (COME AVEVO PREVISTO): BERGOGLIO PERDE 5 A 0 SUL CAMPO, MA SI AUTOASSEGNA LA VITTORIA A TAVOLINO. E SE ORA CONTINUERA’ LA DISTRUZIONE? INCORRERA’ NELLA STESSA CONDANNA DI PAPA ONORIO (CHE FECE MOLTI MENO DANNI)?
In Italia la stampa ha steso una cappa di plumbea e uniforme propaganda di regime attorno al Vaticano di Bergoglio.
Altrove non è così. Sui giornali stranieri più autorevoli ci sono voci che spiegano le conseguenze devastanti del colpo di mano di Bergoglio sulla Chiesa Cattolica.
Per esempio, venerdì scorso sul sito del “Washington Post”, Steve Skojec ha firmato un articolo che aveva questa esauriente titolazione:
“Il Sinodo è stato una farsa. I leader cattolici fedeli (alla dottrina) dovrebbero abbandonare l’aula sinodale. La chiesa sta facendo una svolta pericolosa verso l’eresia nelle sue posizioni sul divorzio e l’omosessualità”.
In realtà ai progressisti bergogliani poco importa dei divorziati risposati, ma l’argomento è usato per scardinare la Chiesa cattolica così come l’abbiamo conosciuta per duemila anni.
IL VERO COMPLOTTO
Un editoriale di Ross Douthat sul Sinodo, nel sito del “New York Times”, è stato pubblicato con questo titolo: “Il complotto per cambiare il cattolicesino”.
I giornali nostrani – su input dell’establishment vaticano – hanno fatto passare da complottisti 13 cardinali che hanno semplicemente e lealmente scritto una lettera privata al papa, dove esprimevano le loro preoccupazioni.
Ma gli stessi media hanno taciuto sul vero complotto, quello che il sito del “New York Times” definisce appunto “il complotto per cambiare il cattolicesimo”.
Douthat spiega che “in questo momento il primo cospiratore è il papa stesso. Lo scopo di Francesco è semplice: egli favorisce la proposta dei cardinali liberal” cioè “un cambiamento di dottrina”.
Un “cambiamento di dottrina” è il rinnegamento del Vangelo e nessuno nella Chiesa ha il potere di farlo, nemmeno il papa, perché egli non è sopra la legge di Dio e sopra la Parola di Dio, ma deve servirle e custodirle.
Però questo sta accadendo. Solo che nel corso del Sinodo le idee rivoluzionarie di Bergoglio si sono scoperte minoritarie, sebbene l’establishment vaticano e i compiacenti media italiani lo abbiano nascosto in tutti i modi: è tornata utile perfino la ridicola storiella della “cospirazione” che sarebbe stata ordita con la notizia sul tumore del “Quotidiano nazionale”.
Pur di delegittimare la maggioranza cattolica, la minoranza bergogliana è sembrata riesumare il Fodria (Forze oscure della reazione in agguato) che Giampaolo Pansa per anni ha ridicolizzato come il classico topos ideologico della Sinistra più settaria.
TRE SCONFITTE
Tornando al Sinodo ormai è la terza volta che Bergoglio va in minoranza. Le sue tesi su divorziati risposati e coppie omosessuali sono state bocciate prima dal Concistoro del febbraio 2014, poi dal Sinodo straordinario dell’ottobre 2014, infine da questo Sinodo.
E tale ripetuta bocciatura – un caso unico nella storia della Chiesa – è avvenuta nonostante che Bergoglio abbia usato tutto il suo potere d’imperio – con modi sudamericani e gesuitici – per “pilotare” questi eventi ecclesiali e spingerli alle conclusioni da lui volute.
Al Concistoro del 2014 impose un relatore unico, senza contraddittorio – Kasper appunto – e dichiarò d’improvviso riformabili insegnamenti che il Magistero della Chiesa aveva dichiarato irriformabili sulla base della Parola di Dio.
Al Sinodo del 2014 le tre tesi su divorziati risposati, omosessuali e coppie di fatto, furono respinte, ma Bergoglio – in barba ai regolamenti che lui stesso aveva approvato – decise d’imperio di reinserirle nell’Instrumentum laboris del Sinodo 2015.
Su questo Sinodo, appena conclusosi, di nuovo è tornato a usare tutti i suoi poteri: lo ha riempito con un numero abnorme di membri da lui direttamente nominati, ha imbavagliato i padri sinodali, ha nominato una commissione tutta di suoi uomini per scrivere la Relatio finalis, poi ha fatto sparire tale Relatio, a Sinodo in corso, quando si è reso conto che era in minoranza, infine l’ha fatta riapparire – dopo le proteste.
Tutte queste forzature sono state rilevate sul sito del “New York Times” da Douthat che ricorda anche i tanti interventi quotidiani in cui Bergoglio ha “bombardato” i cattolici che si oppongono a Kasper definendoli “dottori della legge” e farisei, mentre, come rileva Douthat, il Vangelo dice il contrario, perché erano i farisei a volere il divorzio e Gesù a rifiutarlo.
Nonostante questa pressione pesantissima, unita a quella micidiale dei media, le tesi bergogliane di fatto sono state bocciate per la terza volta consecutiva in due anni perché dalla relazione finale sono spariti tutti i riferimenti espliciti ai temi controversi che Bergoglio voleva imporre alla Chiesa, dalla comunione ai divorziati risposati alle coppie gay.
AZZECCAGARBUGLI
Però per tutta la giornata di ieri c’è stato un braccio di ferro perché il papa argentino, seppure in minoranza, ha preteso di inserire delle espressioni che, pur non riferite direttamente all’eucarestia, permettessero a lui di far rientrare dalla finestra quello che era stato espulso dalla porta, sostenendo che è stato il Sinodo a chiederlo (come peraltro ha già fatto col Motu proprio dell’8 settembre che di fatto introduce il divorzio).
Così, una partita che Bergoglio ha perso sul campo di gioco per 5 a 0, verrebbe da lui stesso assegnata come vittoria alla propria fazione a tavolino.
Cosa è successo? In pratica gli azzeccagarbugli di Bergoglio hanno usato una citazione della “Familiaris consortio” di Giovanni Paolo II, ma estrapolandola del tutto dal contesto e censurando il brano immediatamente successivo di papa Wojtyla dove afferma esplicitamente che – come prescrive la Sacra Scrittura – non è possibile la comunione per i divorziati risposati.
Un’operazione incredibile. Sarebbe come affermare che nella Bibbia si legge “Dio non esiste”, ma evitando di riportare la frase completa che è: “Dio non esiste, dice lo stolto”. Una manipolazione inaccettabile.
Così – con la vergognosa casistica gesuitica, già demolita da Pascal nel Seicento – si sono introdotti i concetti di “discernimento” e di “caso per caso” che – se applicati alla comunione per i divorziati risposati – saranno il trionfo del relativismo.
Sarebbe come dire che in via di principio due più due fa quattro, ma poi, nel caso concreto in cui un ingegnere deve costruire un ponte o un palazzo, può decidere che fa sei o otto, a seconda delle convenienze (questa idea è passata solo grazie ai tanti membri nominati direttamente da Bergoglio).
Di fatto il Sinodo dimostra che il consenso di cui Bergoglio gode nella Chiesa è precipitato, anche fra coloro che lo elessero.
Sul “New Yorker” nei giorni scorsi si poteva leggere: “Se si tenesse oggi un conclave, Francesco sarebbe fortunato a trovare dieci voti”.
Bergoglio al Sinodo ha perso, ma ha imposto un passo ambiguo che, con l’aiuto dei media compiacenti, potrà far passare come vittoria.
Infatti nel suo discorso conclusivo del Sinodo traspare la stizza e l’aggressività di chi ha perso, ma con l’ostinazione di chi vuole proseguire per la sua strada. Solo che se si continuerà a terremotare così la Chiesa si rischia di ridurla a un panorama di rovine.
COME ONORIO?
Forse è il caso di far presente che qualunque papa che affermi le proprie idee, contro la legge di Dio e il magistero costante della Chiesa, può trovarsi nella situazione di papa Onorio che fu condannato dal III Concilio ecumenico di Costantinopoli:
espelliamo dalla santa Chiesa cattolica di Dio e anatemizziamo Onorio, che fu papa dell’antica Roma, per il fatto che nei suoi scritti a Sergio abbiamo notato come egli abbia seguito in tutto la sua idea”.
Papa Leone II confermò la condanna del Concilio contro Onorio perché “non onorò questa apostolica Chiesa con la dottrina della tradizione apostolica, ma permise che fosse macchiata la fede immacolata con un profano tradimento”.
Poi papa Leone aggiunse:
“Coloro che avevano suscitato contese contro la purezza della tradizione apostolica, alla loro morte certamente hanno ricevuto la condanna eterna”.
Fra questi “anche Onorio che, anziché estinguere sul nascere la fiamma dell’eresia, come si conviene all’autorità apostolica, la alimentò con la sua trascuratezza”.


Antonio Socci

Da “Libero”, 25 ottobre 2015
Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”
Per altre informazioni sull’esito del Sinodo vedi qui

sabato 24 ottobre 2015

Il Giubileo e l'eucarestia per i divorziati e risposati.


Sappiamo dai media che è in corso il Sinodo dei Vescovi  e, uno degli argomenti per una nuova pastorale, sembra essere la possibilità per la Chiesa di conferire l'eucarestia ai coniugi che si sono separati e poi risposati.

L'argomento è molto sentito perché sono moltissime le coppie in questa situazione.

Probabilmente la Chiesa intende offrire anche a loro questa possibilità, sulla scorta di quella che il successore di Pietro, chiama misericordia divina.

C'è molto fermento ed attesa per il pronunciamento del Sinodo,su questo specifico argomento.

Il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna,nell'intervista rilasciata oggi su un quotidiano, afferma che : "Il punto più importante non sarà un si o un no: posta così sarebbe una falsa questione perché le situazioni sono diverse. Si tratterà di discernere le situazioni e accompagnarle secondo le esigenze. Il documento finale, dunque, darà criteri non solo per l’accesso a sacramenti ma soprattutto per accompagnamento le situazioni irregolari"
Ed ancora : " Vi invito a pensare che non c’è il bianco e il nero, e quindi non basta un semplice sì o no. C’è invece un obbligo, per amore della verità, di esercitare un discernimento tre le situazioni diverse".

Io penso che se venisse offerta questa possibilità, i Vescovi commetterebbero un grosso errore pastorale.

La risposta a questo problema è già stata offerta dalla Chiesa, attraverso innumerevoli documenti,uno di questi è stato scritto da  S. Ecc.za Mons. Gerhard Ludwig Müller in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nel documento "INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO E DIBATTITO 

Staremo a vedere se i Vescovi sconfesseranno quanto è già stato scritto.


Giubilare o Piangere?

San Michele Arcangelo

“Quando l’onore di Dio e il bene del prossimo lo richiedono il singolo fedele non deve contentarsi di credere privatamente alla Verità rivelata con la sua Fede, ma deve confessarla esternamente”(S. Th., II-II, q. 3, a. 2, ad 1).
Cos’è il Giubileo
Papa Bonifacio VIII promulgò per primo l’Anno Santo, che avrebbe dovuto essere celebrato ogni secolo da un Natale all’altro; ma fu papa Clemente VI ad introdurre la parola Giubileo (in occasione dell’Anno Santo del 1350) da celebrarsi ogni 50 anni. Più tardi i Papi ridussero i termini del Giubileo da 50 a 33 anni (Urbano VI) e poi a soli 25 anni (Paolo II) come si osserva tuttora nel Giubileo ordinario, mentre il Giubileo straordinario o quello particolare possono esser indetti dal Papa anche prima dei 25 anni per un motivo particolare.
Il Giubileo del 1966 per il ricordo del Vaticano II
Tra i Giubilei straordinari si ricorda specialmente quello, tristemente famoso, indetto da Paolo VI. “Il Papa ha concesso questo Giubileo a ricordo dell’evento del Concilio Vaticano II, a titolo di ringraziamento e per implorare l’aiuto per l’osservanza delle disposizioni conciliari”.
Il Giubileo del 2015 per i 50 anni del Vaticano II
Lo stesso ha fatto Francesco I col Giubileo straordinario della Misericordia per festeggiare il 50° anniversario del Vaticano II, ancor più tristo di quello del 1966 poiché dopo 50 anni di post-concilio non ci si può più illudere sui suoi frutti, che son stati “triboli e spine” (come han dovuto riconoscere Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) sino ad arrivare allo sfacelo attuale del 2013-2105.
Il nuovo Giubileo straordinario inizierà l’8 dicembre del 2015, esattamente 50 anni dopo il giorno di chiusura del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) “per festeggiare questo anniversario” ed assieme “per recuperare la piena comunione con i sacerdoti” che non avevano accettato le novità di questo Concilio pastorale e quindi non infallibile poiché in difformità con la Tradizione apostolica.
Possiamo rallegrarci del Vaticano II?
In latino Giubileo viene dal verbo iubilare, che significa gioire, esultare, rallegrarsi. Ora ci si può rallegrare del 50° anniversario del Concilio Vaticano II? no! Mons. Marcel Lefebvre lo ha definito “una sciagura più grave, in un certo senso, delle due guerre mondiali”. Quindi come di fronte agli infausti conflitti mondiali ci si rattrista, si è mesti, addolorati, così a maggior ragione di fronte ad una terza guerra mondiale spirituale quale è stata il Vaticano II si è profondamente costernati anche se la “Speranza non muore mai”. Ora sarebbe una follia rallegrarsi delle due guerre mondiali, ogni uomo sano di mente lo capisce. Quindi, analogamente, sarebbe ancor più folle giubilare per il Vaticano II, eppure anche da parte tradizionalista si giubila….
Assoluta inconciliabilità tra modernismo e Tradizione
Il modernismo è la “cloaca che raccoglie tutte le eresie” (S. Pio X) e il modernista, conseguentemente, odia e vorrebbe distruggere tutto ciò che è Tradizione apostolica e cattolicesimo romano tradizionale (S. Pio X). Papa Francesco I è manifestamente (e non fa nulla per nasconderlo) un ultramodernista (appartenente alla corrente marxisteggiante della Teologia della Liberazione), che concede un primato alla prassi sulla dottrina. Ora come il lupo ha insito nella sua natura l’istinto pratico di sbranare l’agnello, così il modernista vorrebbe distruggere la Tradizione apostolica, il cattolicesimo romano tradizionale e i cattolici integralmente non-modernisti (S. Pio X). Quindi se il modernista teorico odia teologicamente e metafisicamente la dottrina cattolica, il modernista pratico la odia istintivamente e visceralmente, ma entrambi la vorrebbero morta.
Modernisti teorici e pratici
La loro tattica cambia, ma il loro fine è identico, son sostanzialmente lupi anche se vestiti da agnelli o addirittura da Pastori, ma divergono solo accidentalmente quanto al modo di pensare e di agire. Per fare un esempio, un modernista a marcia lenta e dottrinario come Joseph Ratzinger avrebbe voluto piegare gli antimodernisti ad approvare teoricamente e dottrinalmente il Vaticano II e il post-concilio dietro firma (nero su bianco) della loro accettazione (come avvenne col Protocollo del 5 maggio del 1988 e poi nei dialoghi semi-pubblici nel 2010-12), ma ciò era troppo palese per essere accettato dalla maggior parte dei tradizionalisti. Invece un modernista a marcia accelerata e pratico, come Francesco I, si accontenta (molto astutamente) di far vivere, tramite il dialogo con i capi-tradizionalisti, il modernismo implicito agli antimodernisti dottrinali – senza esigere abiure, firme, accettazioni di dottrina – contentandosi, per quanto riguarda i tradizionalisti dell’accettazione, del silenzio o della non-critica pubblica degli errori conciliari (per evitare che i tradizionalisti vedano in piena luce la trappola tesa loro) e di “camminare assieme” senza fare disputate teologiche (come insegnavano Ernest Bloch, Franco Rodano e compagni) ben sapendo che “agere sequitur esse” e se si agisce assieme modernisticamente lo si diventa immancabilmente pian piano anche dottrinalmente, almeno per omissione di professione integra della verità. “Se non vivi come pensi, finirai per pensare come vivi”.
Si può tacere sulla Fede quando essa è messa in dubbio?
La teologia cattolica insegna che non si può, sotto pena di peccato mortale contro la Fede, tacere la Verità rivelata quando essa è negata e calpestata o messa in pericolo dagli eresiarchi (S. Th., II-II, q. 9, a. 2; CIC del 1917, can. 1325, § 1). “Un silenzio arrendevole su questioni di Fede mette facilmente in pericolo la propria personale fedeltà alla Fede e può essere di scandalo agli altri. […]. Si ha negazione indiretta della Fede quando si tace su questioni religiose in circostanze speciali. […]. Le occasioni principali che portano all’indebolimento della Fede sono da ricercarsi nei contatti con società irreligiose, indifferenti, laiche. Difendersi e tenersi lontani da tali pericoli è prima di tutto un dovere di diritto naturale”.
“Chi tace acconsente” ci insegna il buon senso popolare. Ora se di fronte al pan-ecumenismo taccio, significa che acconsento e lo accetto praticamente ed implicitamente; così pure di fronte alla nuova morale della situazione, la quale vorrebbe concedere il perdono e i sacramenti al peccatore che non vuol pentirsi, tacere significa acconsentire ed accettare. “Il cattivo Pastore fugge davanti al lupo non solo scappando fisicamente, ma anche tacendo” (S. Giovanni Crisostomo). Ma ciò porta alla dannazione. Infatti “Senza la Fede è impossibile piacere a Dio” (S. Paolo) e “La Fede senza le Opere è morta” (S. Giacomo). Per quanto riguarda il Concilio Vaticano II, anche se non si sottoscrive un protocollo di accettazione, ma si tace e non si condannano più i suoi errori in pubblico, lo sia accetta implicitamente e si diventa “modernisti impliciti o anonimi”, parafrasando Rahner e Schillebeeckx.
1° settembre, 8 settembre e 15 ottobre 2015
Attenzione! la concessione fatta il 1° settembre da Francesco I ai tradizionalisti fa un tutt’uno con il suo motu proprio dell’8 settembre 2015 per snellire al massimo le cause di nullità del matrimonio, basandosi sulla immaturità psicologica dei giovani sposi ammessa dal CIC del 1983; motu proprio che prepara il Sinodo per la famiglia del 15 ottobre del 2015 durante il quale si vuol far tacere i tradizionalisti, e soprattutto i circa 50 vescovi e cardinali, che si erano opposti nell’ottobre del 2014 alla concessione dei sacramenti ai peccatori non pentiti, che vogliono continuare a vivere nel peccato. Si capisce quindi l’enorme gravità, la pericolosità e la malizia di questa concessione del 1° settembre.
Tacere sul Vaticano II non è lecito
Tacere su di esso, infatti, significa accettare implicitamente 1°) la collegialità episcopale e rinnegare l’Episcopato monarchico del Papa (Lumen gentium); 2°) la libertà concessa, di diritto, alle false religioni anche in pubblico, la quale ha portato alla cancellazione dei Concordati che riconoscevano la Religione cattolica come quella ufficiale dello Stato (Dignitatis humanae); 3°) il pan-ecumenismo (Unitatis redintegratio), che ha portato all’abominio di Assisi 1986; 4°) il pan-cristismo teilhardiano, che ha portato all’antropocentrismo e al culto dell’Uomo al posto del culto di Dio (Gaudium et spes) definito da S. Pio X “il segno distintivo del regno dell’Anticristo”; 5°) il permanere della Vecchia Alleanza come se la Nuova ed Eterna nel Sangue di Cristo non l’avesse abolita e perfezionata (Nostra aetate); dottrina che ha condotto al discorso di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Magonza nel 1981, in cui disse che “L’Antica Alleanza non è stata mai revocata” e alla visita del medesimo Pontefice alla sinagoga maggiore di Roma il 13 aprile del 1986, in cui il Papa definì gli Ebrei che non hanno accettato Gesù “nostri fratelli maggiori nella Fede di Abramo”, il quale invece credeva nel Cristo venturo (“Abramo desiderò vedere il mio giorno lo vide e ne tripudiò”). Queste sono dottrine ereticali e giudaizzanti, che rinnegano la definizione dogmatica del Concilio I di Gerusalemme presieduto da S. Pietro, nel 50 d. C.
Con questo compromesso tacito con Francesco I (proprio nel momento in cui tanti parroci, vescovi e cardinali si pongono seri dubbi sull’operato di papa Francesco e pensano di dover resistere alla sua nuova pastorale matrimoniale) i tradizionalisti stanno per giubilare e gioire per il 50° anniversario del Concilio Vaticano II, ma ciò oltre che dannoso per la Fede dell’anima sarebbe anche svantaggioso praticamente. Infatti equivarrebbe a far giocare una pecorella assieme al lupo, che finirebbe immancabilmente per sbranarla. “Il pesce grosso mangia quello piccolo”. È ciò che è successo nel 1926 in Messico ai Cristeros, che deposero le armi fidandosi dei massoni finirono tutti fucilati o peggio torturati e poi uccisi nel più barbaro dei modi. È una questione di buon senso. Il male odia il bene, l’errore non sopporta la verità, le tenebre non possono coesistere quando si fa luce. È una guerra all’ultimo sangue. Non volerlo ammettere significa andare incontro alla morte dell’anima e del corpo. Se accendo la luce in una stanza buia la luce svanisce, così se spengo l’interruttore tornano le tenebre; analogamente se non professo pubblicamente la dottrina cattolica di fronte agli errori contemporanei le tenebre invadono l’anima poiché ho rinnegato indirettamente la Fede. Non ci si può illudere che non avendo firmato esplicitamente la resa incondizionata e l’accettazione del Vaticano II l’accordo non sia in atto, esso è praticamente già in vita dal 2001 quando il superiore dei tradizionalisti definì il Vaticano II “accettabile al 95%” senza mai ritrattare questa abominazione prossima all’eresia.
Obbedire a Dio più che agli uomini
Molti sacerdoti oggi son perplessi tra l’obbedienza al loro superiore e la fedeltà alla Tradizione apostolica, ma il problema fu risolto già nel 1976 e poi nel 1988 quando si dovette dir no agli uomini (e specialmente al Papa nel suo magistero pastorale e non ad un semplice superiore di un Istituto di vita sacerdotale) per obbedire a Dio, come ci hanno insegnato gli Apostoli e Gesù Cristo: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”.
Che fare?
Se i superiori dei poveri sacerdoti tradizionalisti angosciati da questo sbandamento dei loro capi (paragonabile al nostro 8 settembre del 1943) perseverano in questa via del tacere in pubblico, che porta al baratro dell’anima e del corpo illudendosi che i colloqui privati e secretati tra teologi modernisti e tradizionalisti bastino per salvaguardare la Fede; allora i preti integralmente antimodernisti dovranno andare ove si continua a credere e a “predicare dai tetti” la verità e la condanna del modernismo. San Paolo ce lo comanda: “Se anche io stesso o un angelo vi annunziassimo un Vangelo diverso da quello [canonico] che vi è stato dato, sia anatema!”.
I fedeli possono frequentare tutte le cappelle ove si celebra la Messa tradizionale, preferendo quelle più fedeli alla Tradizione, ma debbono far attenzione a non sostenere e sovvenzionare chi ha oggettivamente tradito, anche solo per omissione o implicitamente, la Tradizione e soprattutto non debbono prestare ascolto a chi li ha ingannati dopo 50 anni di eroica resistenza al modernismo.
In pratica
Mons. Richard Williamson, mons. Michel Faure, i Domenicani di Avrillé ed altri sacerdoti fedeli alla Tradizione apostolica hanno eretto il seminario San Luigi Maria Grignion de Montfort in Avrillé ove i chierici possono ancora ricevere l’insegnamento tradizionale ed esporlo in pubblico, senza “arrossire di Cristo”, il che è molto pericoloso poiché Lui ci ha ammonito: “Se qualcuno si vergognerà di Me anche Io mi vergognerò di lui il giorno del Giudizio”. Tacere di fronte a ciò che sta succedendo dal Vaticano II e soprattutto oggi, con la negazione teorico/pratica dei 10 Comandamenti, non è possibile. La neutralità di fronte a Dio non è ammessa: “Chi non sta con Me è contro di Me!”. “Non potete servire due Padroni, Dio e Mammona. Infatti o odierete il primo e amerete il secondo o viceversa”. Anche i seminaristi sono posti da questi avvenimenti in “una tragica necessità di opzione” (cardinali A. Ottaviani – A. Bacci).
Nella vita bisogna schierarsi pubblicamente, non fa piacere ma è necessario e son proprio i neutrali per principio a far scoppiare le guerre più disastrose. Nascondere la testa dentro la sabbia come lo struzzo lascia tutto il resto del corpo in balìa del nemico, illudersi che tacendo si possa mantenere la Fede integra è una chimera ed è smentito dalla sana teologia e dal Diritto della Chiesa.
d. Curzio Nitoglia

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