lunedì 31 ottobre 2016

Bergogliate



Papa Francesco
Gli altri Papi
È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari.Francesco, Amoris LaetiaCi si chiederà come la legge morale , che è universale , può bastare , e nello stesso tempo essere vincolante in un caso singolare, il quale nella sua situazione concreta è sempre unico e di “ una volta” . Lo può e lo fa , perché giustamente a causa della sua universalità la legge morale comprende necessariamente ed “intenzionalmente”   tutti i casi particolari , all’interno dei quali si verificano i suoi concetti. E in questi casi numerosissimi lo fa con una logica così concludente , che la stessa coscienza del semplice fedele vede immediatamente e con piena certezza la decisione da prendere .. . Non c’è da esaminare. Qualunque sia la situazione individuale, non c’è altro esito che obbedire.Pio XII , discorso 18 Aprile 1952

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E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione.In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale – come ho detto, le questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato.(Discorso di chiusura del Sinodo sulla famiglia , 24 Ottobre 2015)Così, riteniamo necessaria una parola circa la necessità di trovare una migliore espressione della fede, in corrispondenza con l’ambiente razziale, sociale, culturale. È questa, certo, un’esigenza necessaria all’autenticità e all’efficacia dell’evangelizzazione: tuttavia, sarebbe pericoloso parlare di teologie diversificate, secondo i continenti e le culture. Il contenuto della fede o è cattolico, o non è tale. Noi tutti, d’altra parte, abbiamo ricevuto la fede da una tradizione ininterrotta e costante: Pietro e Paolo non l’hanno travestita per adattarla all’antico mondo giudaico, greco o romano, ma hanno vegliato sulla sua autenticità, sulla verità dell’unito messaggio, presentato nella diversità dei linguaggi (Act. 2, 8).Paolo VI Discorso di chiusura Sinodo 26 Ottobre 1974)

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Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni, non alcuni, tanti, che credono di avere la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione, e fanno male, fanno male .(Intervista di ritorno dall’Africa 30 Novembre 2015)Atteggiamento che non ci insuperbisce, come detentori fortunati ed esclusivi della verità, ma ci fa però forti e coraggiosi nel difenderla, amorosi nel diffonderla. Ancora. Sant’Agostino ce lo ricorda: «Sine superbia de veritate praesumite», senza superbia siate fieri della verità (Contra litteras Petiliani, 1, 29, 31. – P.L. 43, 259).Paolo VI Udienza Generale 11 Agosto 1965

Papa FrancescoAltri papi
Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili.Intervista Corriere della Sera 5 Marzo 2014Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;
– tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.
Benedetto XVI discorso ai partecipanti convegno promosso dal Partito Popolare Europeo 30 Marzo 2006

Papa FrancescoAltri papi
Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporrel’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza: «I giovani battezzati vanno incoraggiati a non esitare dinanzi alla ricchezza che ai loro progetti di amore procura il sacramento del matrimonio, forti del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e dalla possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa». La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture.Amoris Laetitia 307Considerare l’indissolubilità non come una norma giuridica naturale, ma come un semplice ideale, svuota il senso dell’inequivocabile dichiarazione di Gesù Cristo, che ha rifiutato assolutamente il divorzio perché “da principio non fu così” (Mt 19,8).San Giovanni Paolo II , discorso Rota Romana 28 Gennaio 2002
Una sinossi analoga si può fare per molti altri temi fondamentali, con gli stessi risultati
Fonte: [ quì]

domenica 23 ottobre 2016

Il Modernismo é intrinsecamente perverso e non é lecita nessuna cooperazione con esso

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“Non si deve attaccare frontalmente il nemico, ma bisogna invischiarlo nei compromessi” ~ (Lenin)


Analogia tra comunismo e modernismo
Pio XI, nell’Enciclica Divini Redemptoris Missio del 19 marzo 1937, ha condannato il comunismo come “intrinsecamente perverso” in quanto teoreticamente materialista e ateo; conseguentemente ha proibito ogni collaborazione anche soltanto pratica con esso.
Il comunismo è innanzitutto una prassi, ma non è privo di teoria. Quindi agire assieme ai comunisti significa accettare implicitamente la loro teoresi (“cogitare sequitur esse”) cadendo, così, nella trappola tesa dal marxismo per accalappiare i cristiani ingenui, che stringono la mano tesa loro dal comunismo.
Si può applicare al comunismo l’assioma “lex orandi, lex credendi”, ossia si crede come si prega (e viceversa). In tal modo, se si agisce assieme ai comunisti si inizia a pensare come i comunisti, come chi prega assieme ai cattolici secondo la liturgia cattolica inizia a credere secondo la dottrina cattolica. È per questo motivo che la Chiesa proibisce la communicatio in sacris con gli acattolici e analogamente l’azione comune con i comunisti (cfr. CIC, 1917, can. 1325, § 3; can. 1258, § 1 e 2; S. Uffizio, 8 luglio 1927, 5 giugno 1948 e 20 dicembre 1949).
Sino agli anni Sessanta/Settanta la “mano tesa” al cattolicesimo era quella del comunismo dal “volto umano” (Gramsci, Bloch, Rodano) e molti cattolici son divenuti apostati passando al comunismo materialista e ateo asserendo: “come si fa a rifiutare una mano tesa unilateralmente da un’entità che sembrava tanto temibile, ma che si è mostrata così caritatevole?”.
Oggi, con Benedetto XVI e specialmente con Francesco I, è quella del neo-modernismo, che sembra aver abbandonato l’odio verso la Tradizione (palpabile ai tempi di Paolo VI) ed esser disposto a concederle dei diritti o almeno una tolleranza pratica. Purtroppo lo stesso ritornello che stava in bocca ai cattolici progressisti di ieri lo si ritrova in bocca ai tradizionalisti di oggi: “finalmente un modernista dal volto umano: Francesco I. Come si fa a rifiutare la sua mano tesa alla Tradizione?”.
Francesco I applica “a-teologicamente” a tutti gli indirizzi e a tutte le sensibilità cattoliche, compresi i tradizionalisti, quel che Giovanni XXIII (Enciclica Pacem in terris, 1963) e Paolo VI (Enciclica Ecclesiam suam, 1964) applicarono alla nuova prassi del marxismo “dal volto umano” nei confronti del cristianesimo: la possibilità di agire assieme per la pace nel mondo e la giustizia sociale, lasciando da parte le divergenze dottrinali, facendo caso a ciò che unisce e dimenticando ciò che divide.
La tattica del comunismo
La strategia neo-comunista della “mano tesa” – con Gramsci, Togliatti e Berlinguer – ha agguantato i cristiani ingenui, che son stati il cavallo di Troia introdotto nel Santuario ed hanno dato inizio al fenomeno dei “cristiani per il socialismo”. I cristiani ingenui hanno abboccato all’amo, basandosi sulla presunzione falsa, secondo cui ogni dottrina anche se originariamente erronea può evolvere verso il “bene”, ma non necessariamente verso il vero, il quale non ha più alcun interesse per i pragmatisti cristiani o neo-modernisti come per i marxisti.
In breve, dal campo dei princìpi dell’immanentismo kantianamente modernistico (Benedetto XVI, 2005-2013) siam passati a quello marxiano della teologia della liberazione e del primato assoluto della prassi, dell’incontro personale (Francesco I, 2013-2016). Per cui, dal 2013, non si parla più tanto di continuità con la Tradizione del Vaticano II, di piena ortodossia della Messa di Paolo VI, ma ci si incontra, si parla, si fraternizza e si finisce per pensare come si agisce poiché non si agisce più come si pensa (“agere sequitur esse”).
Purtroppo i più fragili e vulnerabili sono i cattolici fedeli poiché a differenza dei modernisti sono onesti, retti e forse anche un po’ ingenui, mentre il modernismo come il marxismo non si preoccupa del bene e del vero, della metafisica e della morale, ma solo del risultato pratico.
Non bisogna, dunque, meravigliarsi se capita ai fedeli ingenui quel che si legge nella favola di Cappuccetto rosso, il quale risponde ingenuamente al lupo (come Eva rispose ingenuamente al Serpente), che lo invita ad entrare nella sua tana: “che begli occhi che hai, – è per vederti meglio… che bella bocca che hai, – è per mangiarti meglio…”. È nella natura delle cose che il pesce grande mangi quello piccolo, che il lupo sbrani la pecora, che il cane odi il gatto, che il modernismo edulcori e trasformi pian piano, insensibilmente, il cristianesimo dal di dentro, lasciandone solo le apparenze (la bella Liturgia) senza più la sostanza (la filosofia, la teologia, l’ascetica e la mistica). Eppure al tempo di Ario i cattolici per un solo iota (homousios / homoiusios) si son fatti scomunicare e persino martirizzare, ma oggi non si vede un Sant’Atanasio nella Gerarchia.
Nel 1945 Palmiro Togliatti (Discorso al Comitato Centrale del PCI, 12 aprile) rilanciò in grande stile l’idea leninista/gramsciana dell’incontro, nei Paesi a maggioranza cristiana, delle masse comuniste e cattoliche al di sopra dei dissidi teoretici e nelle azioni sindacali, sociali, pacifiste. Sapendo bene che il marxismo o la pura prassi non aveva nulla da perdervi, mentre il cristianesimo, in cui il primato spetta alla teoria, avrebbe perso il sale e sarebbe diventato insipido e “quando il sale diventa insipido è buono solo ad essere gettato a terra e calpestato” (Mt., V, 13).
Togliatti prospettava l’incontro tra comunisti e cattolici (come Francesco I lo prospetta tra modernisti e tradizionalisti) unicamente sul piano dell’azione, senza nessun riferimento all’ideologia (come Francesco I non fa alcun riferimento alla teologia). Togliatti disse chiaramente “se si apre un dibattito filosofico, io non ci voglio entrare”. Lo stesso fa Francesco I. Togliatti non ha ceduto nulla della dottrina comunista come Francesco I non cede nulla della teologia ultra-modernista. L’importante è agire inizialmente assieme per giungere finalmente alla leadership del movimento marxista su quello cristiano e del modernismo pratico sul cattolicesimo romano. Per fare un esempio, quando il fiume Po si getta nel Mar Adriatico, per i primi metri si distinguono ancora le acque del Po anche se “annacquate”, ma dopo è il Mare ad annettere il fiume. Così se i tradizionalisti entrano o si gettano nella braccia del Mondialismo modernista all’inizio potranno mantenere la loro identità anche se un poco annacquata, ma poi saranno immancabilmente fagocitati dalla Globalizzazione del modernismo mondialista.
L’imprudenza, la fiducia, l’ottimismo esagerato, la presunzione di sé, l’utopismo insano hanno portato i cristiani nelle fauci del marxismo, come successe a Cappuccetto rosso, che finì in quelle del lupo. Speriamo che ciò valga da esempio per i tradizionalisti.
Antonio Gramsci nel 1920 scriveva: “In Italia, a Roma, c’è il Vaticano, c’è il Papa; lo Stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la Chiesa, così lo Stato operaio dovrà trovare anch’esso un sistema di equilibrio col Vaticano”. Bergoglio dice: oggi nel Nuovo Ordine Mondiale è rimasta ancora una bella fetta di cattolici non modernisti e non globalizzati, ebbene bisogna trovare un sistema di equilibrio per fagocitarla. Per costui, come per Hegel, “l’astuzia della ragione è l’unico principio che giustifica o meno l’azione” e Bergoglio è astutissimo e molto autoritario. Attenzione a sottovalutarlo!
Nel libro intervista scritto da Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, titolato Jorge Bergoglio. Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta (Firenze/Milano, Editrice Salani, 2013) si legge: “L’ossessione di Bergoglio può essere riassunta in due parole: incontro e unità” (p. 7). Infatti Bergoglio si autodefinisce come il teorico “della cultura dell’incontro” (p. 107). Secondo lui occorre dare “la priorità all’incontro tra le persone, al camminare assieme. Così facendo, dopo sarà più facile abbandonare le differenze” (p. 76). Inoltre secondo Bergoglio è bene “non perdersi in vuote riflessioni teologiche” (p. 39).
Il programma proposto da Francesco I è di de-ideologizzare inizialmente, incontrarsi, costruire ponti, abbattere steccati, evitare sterili diatribe dottrinali, portando avanti il “dialogo, dialogo, dialogo…”, agire assieme per poi pensarla inavvertitamente alla stessa maniera (“cogitare sequitur esse”). Così il modernismo, che oramai ha occupato l’apice dell’ambiente cattolico ed ecclesiale, chiede ai cattolici fedeli alla Tradizione di agire uniti per vincere il materialismo, l’ateismo ed entrare a far parte della globalizzazione, del mondialismo e del Nuovo Ordine Mondiale. Alcuni cattolici fedeli in buona fede si lasciano convincere e, mediante un trasbordo ideologico inavvertito, agendo assieme ai modernisti finiscono per essere mangiati da loro, come “il pesce più piccolo è divorato da quello più grande”.
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Ancora Togliatti nel discorso al Convegno di Bergamo (20 marzo 1963) disse: “Oramai anche la Chiesa [dopo Giovanni XXIII e con Paolo VI, ndr] è d’accordo che è finita l’era costantiniana, degli anatemi, delle discriminazioni religiose”.
Nelle proposta comunista e modernista del “compromesso storico” si fanno pubbliche e concrete garanzie per l’esercizio della fede dei cattolici, ma non si pensa volutamente a una domanda che sorge spontanea: “e dopo?”. Fu proprio questa la domanda che San Filippo Neri rivolse al giovane Vincenzo Zazzera, il quale gli aveva detto che voleva diventare prete per poi diventare vescovo, cardinale ed anche Papa. Allora San Filippo gli chiese: “e poi?”. Il povero sventurato non lo ascoltò, non disse come San Filippo Neri: “Preferisco il Paradiso!”, non pensò all’eternità, ma alla carriera, divenne vescovo, ma non trovò la pace col Signore. Si scorge, quindi, la disonestà della promessa marxista/modernista e, come minimo, l’ingenuità dell’accettazione cattolica nel non pensare all’ “e poi?” terreno e ultra-terreno.
La crisi interna all’ambiente cattolico post-conciliare degli anni Sessanta/Settanta, che era favorevole alla collaborazione pratica col marxismo, è simile alla crisi che sta mostrando oggi in maniera palese il mondo cattolico anti-modernista, quando si presenta incline alla compattazione col super-modernismo.
In breve come nel Sessanta si diceva che Cristo e Marx non possono andar d’accordo, ma i cristiani e i marxisti possono trovarsi insieme a collaborare sulla conduzione della cosa pubblica; così oggi si dice modernismo e cattolicesimo sono inconciliabili, però i cattolici e i modernisti possono marciare assieme e collaborare nella conduzione della Chiesa, aiutandola a sormontare questo lungo periodo di crisi e a gettare le fondamenta del Nuovo Ordine Mondiale, in cui vi saranno un solo Tempio universale in una sola Repubblica universale.
L’importante è, come diceva Lenin, “non attaccare frontalmente il nemico, ma invischiarlo nei compromessi”.
La tattica del modernismo
Ora il modernismo è il “collettore di tutte le eresie” (S. Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). Dunque esso è più perverso del comunismo perché non è solo materialista e quindi ateo, ma tutti gli errori contro la retta ragione, tutte le eresie contro la fede e tutte le depravazioni contro la morale (compreso l’ateismo) lo caratterizzano e confluiscono in esso, come i canali di scolo delle piccole fognature confluiscono nella cloaca massima.
Anche a partire dalla dottrina esposta dal magistero della Chiesa sul modernismo ci si può chiedere se sia possibile un accordo e una collaborazione anche solo pratica tra cattolicesimo e modernismo. Ebbene secondo l’insegnamento di Pio X e di Pio XI la risposta appare evidente: non è lecita nessuna collaborazione e nessun accordo tra di loro, neppure a livello della sola azione.
Se si analizza la natura del modernismo e del cattolicesimo si capisce anche il perché di questa proibizione. Infatti il modernismo si fonda sulla filosofia moderna idealistica (Kant/Hegel), secondo la quale è il pensiero umano che crea la realtà. La teologia del cattolicesimo si basa sul buon senso naturale e sulla filosofia del realismo della conoscenza (Aristotele/S. Tommaso), secondo cui la realtà esiste indipendentemente dal pensiero umano e questo deve conformarsi alla realtà se vuole giungere alla verità. Inoltre la Rivelazione conferma ciò che la retta ragione arriva a conoscere, ossia Dio ha creato il mondo e l’uomo. Perciò non è il pensiero dell’uomo a creare la realtà, ma essa è solo un effetto della Causa prima incausata, che si chiama Dio.
Nell’Allocuzione “Accogliamo” (18 aprile 1907) San Pio X mette bene in evidenza che la Chiesa non teme la persecuzione aperta come “quando gli editti dei Cesari intimarono ai primi cristiani di abbandonare il culto a Gesù Cristo o di morire”. Quindi, oggi, anche noi come papa Sarto dobbiamo temere non tanto la persecuzione aperta della Tradizione apostolica, quanto la mano tesa dal modernismo, che all’inizio vorrebbe farci agire assieme a lui per poi farci diventare speculativamente ammodernati e inavvertitamente “aggiornati” (Giovanni XXIII-Francesco I). “Chi non agisce come pensa finisce per pensare come agisce”. Se il cattolico agisce assieme ai modernisti finirà presto o tardi per pensare come loro senza accorgersene.
Accordo odierno tra cattolici e neo-modernisti
Oggi si pone il problema scottante di una possibile cooperazione o di un accordo tra cattolicesimo e modernismo e per sostenere questa possibilità si adducono molteplici ragioni, che non hanno fondamento nella realtà. Vediamole una per una.
  • 1°) Molti vescovi e cardinali conservatori hanno levato la voce.
Riguardo alle novità contro la morale naturale e divina, contenute nell’insegnamento “esortativo” di Francesco I (Esortazione Amoris laetitia, 19 marzo 2106), sembrerebbe che vi sia un certo ritorno alla dottrina cattolica tradizionale nell’ambiente ecclesiale e nella gerarchia.
Rispondo: è vero che per quanto riguarda gli eccessi recenti sulla morale vi è stata tra cardinali e vescovi una notevole e lodevole reazione, ma il problema che sta all’origine di questa deviazione è quello del Concilio Vaticano II, i cui Decreti sono in rottura oggettiva con la Tradizione apostolica, l’insegnamento del magistero costante e tradizionale dei Papi e la sana teologia. Ora i suddetti vescovi e cardinali non mettono assolutamente in questione la difformità dell’insegnamento pastorale del Vaticano II con la Tradizione cattolica. Per esempio anche il pio card. Raymond Burke ha dichiarato più volte che tutta la sua formazione sacerdotale si è svolta alla luce del Concilio Vaticano II. Quindi i princìpi del Vaticano II sono totalmente accettabili per lui (Monde et vie, n. 899). Pure il coraggioso card. Sarah ha criticato le deviazioni in materia di morale, ma ha affermato nello stesso tempo che occorre seguire fedelmente “l’insegnamento costante del Beato Paolo VI, di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI” e che occorre avere fiducia nella “fedeltà di Francesco I” (Monde et vie, n. 905, p. 19). Inoltre il teologo mons. Athanasius Schneider ha asserito: “è il Concilio Vaticano II che ha elargito la comprensione del mistero della Chiesa in Lumen gentium” (Présent, 10 gennaio 2015). Inoltre anche l’esortazione Amoris laetitia di Francesco I (19 marzo 2016) secondo mons. Schneider è stata distorta da una cattiva interpretazione di alcuni vescovi progressisti e in sé non contiene nulla di contrario alla dottrina cattolica, al massimo in essa vi sono soltanto alcune ambiguità (A. Schneider, Dichiarazione su Amoris laetitia, 30 aprile 2016). Il card. Burke ha parlato di leggere l’Amoris laetitia alla luce del magistero tradizionale della Chiesa. Come si vede la loro dottrina è la teoria ratzingeriana (“molto spesso predicata, ma mai provata”, come ha dimostrato mons. Brunero Gherardini) dell’ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione apostolica. Anche durante il Vaticano II vi erano teologi più o meno modernisti, si vedano le contrapposizioni (quanto al modo e non alla sostanza) delle due riviste Concilium (Rahner, Küng, Schillebeeckhx) e Communio (Daniélou, de Lubac, Ratinger, von Balthasar). Il fenomeno dei prelati più conservatormente progressisti è sempre esistito da Giovanni XXIII sino ad oggi. Ma quasi nessuno ha messo in discussione i principi del Vaticano II come inconciliabili con la dottrina cattolica. Recentemente lo aveva fatto mons. Mario Oliveri vescovo di Albenga, ma è stato rimosso dalla sua diocesi. Anche il valente teologo mons. Brunero Gherardini lo ha fatto assieme ai Francescani dell’Immacolata, che sono stati sciolti e perseguitati mentre lui è stato messo totalmente da parte. Nel passato recente mons. Antonio de Castro Mayer († 25 aprile 1991) e mons. Marcel Lefebvre († 25 marzo 1991) lo hanno fatto, ma son stati condannati (1976/1988). Evidentemente i tradizionalisti vengono accolti e tollerati solo se accettano il Vaticano II e la perfetta ortodossia del Novus Ordo Missae, ma se essi osano soltanto porre la questione se vi sia realmente conciliabilità tra Vaticano I e Tradizione apostolica allora vengono condannati inesorabilmente. Quindi un accordo con i modernisti potrebbe essere fatto solo a condizione di accettare inavvertitamente e praticamente, piano piano, il Concilio Vaticano II e la piena ortodossia della nuova Messa di Paolo VI.
  • 2°) Vi è stato un vero cambiamento di mentalità presso la gerarchia della Chiesa.
Il Papa ha spinto sino al parossismo il modernismo del Vaticano II. Per quanto riguarda il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007 ha dichiarato che non se ne vuole allontanare, ma che il rito antico non deve diventare una barriera ideologica (Monde et vie, n. 849). Inoltre ha condannato i Francescani dell’Immacolata a causa del rischio di un loro ritorno al passato, di uno spirito preconciliare, di una ideologizzazione della Messa di San Pio V. Quindi bisogna “abbattere i bastioni” (Hans Urs von Balthasar).
I suoi collaboratori più stretti, che governano realmente la Chiesa e che non sono stati messi da parte (come Burke e Schneider…) sono anch’essi radicalmente modernisti. Per esempio il card. Müller (Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) pur avendo espresso delle riserve sulla Amoris laetitia è un allievo e un ammiratore di p. Gustavo Gutierrez, uno dei capi scuola della teologia della liberazione. Recentemente egli ha difeso l’università cattolica di Lima (nel Perù) dalle censure dell’arcivescovo di Lima il card. Thorne (La Stampa, 18 febbraio 2013). La sua teologia è inficiata da gravi errori ed eresie, per esempio secondo lui la Madonna è sempre vergine, ma non fisicamente, la transustanziazione è ridotta a transignificazione, vi sono molte chiese all’interno dell’unico popolo di Dio (cfr. Le Sel de la terre, n. 84, primavera 2013, p. 165 ss.).
Rispondo: a partire da quanto detto segue che Francesco I e i suoi stretti collaboratori aventi un potere reale nella Chiesa non sono per nulla disposti a rimettere in questione il Concilio Vaticano II, anzi stanno traghettando l’ambiente ecclesiale in maniera radicale verso una sorta di “Vaticano III”.
  • 3°) Francesco I non chiede più l’accettazione formale del Vaticano II e della nuova Messa.
Il “Papa emerito” Benedetto XVI era un teologo ed era molto legato alle questioni dottrinali. Quindi esigeva l’accettazione della teologia del Vaticano II, invece papa Bergoglio è un uomo pratico, non si interessa di teologia, mette totalmente da parte le questioni speculative. L’importante per lui è entrare in contatto con le persone (come il lupo con Cappuccetto rosso, magari facendo brillare la promessa di qualche calotta scarlatta o berretta rossa) e camminare assieme, conoscersi e quindi arrivare a capirsi e rispettarsi. Egli sblocca pian piano le situazioni di conflitto che si son create nel post-concilio mediante delle concessioni pratiche, che (apparentemente e inizialmente) non toccano la dottrina e non espongono al rischio di essere contaminati dal neo-modernismo.
Rispondo: se l’attitudine esterna, il modo di agire dei Francesco I possono dare questa impressione resta pur sempre vero che ha anche fatto alcune dichiarazioni, le quali vanno in senso opposto e che sono per lui “questioni non negoziabili”. Infatti papa Bergoglio in un’intervista al giornale La Croix (17 maggio 2016) ha dichiarato che “innanzitutto è necessario stabilire un accordo fondamentale. Il Concilio Vaticano II ha il suo valore”. Il 24 maggio il card. Müller ha dichiarato che “se si vuol essere pienamente cattolici occorre riconoscere il Concilio Vaticano II” (Rivista Herder Korrespondenz). Nello stesso senso vanno le dichiarazioni di mons. Guido Pozzo (cfr. Zenit, 25 febbraio 2016; La Croix, 7 aprile 2016), certamente il Vaticano II va letto “alla luce della Tradizione”, ma per i modernisti vi è piena conciliabilità tra Tradizione e Vaticano II, mentre per i cattolici integrali vi è una rottura oggettiva. Ora non si può fare un accordo (specialmente su questioni di fede e di morale) basandosi sull’equivoco. Anche perché chi comanda oggi sono i modernisti e sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e dettano legge in un eventuale accordo. Allora esporsi al rischio di essere assorbiti dal modernismo o di fare un accordo col Papa per poi doverlo rompere e smentirsi, coprendosi di ridicolo davanti al mondo intero, sarebbe un azzardo da non correre; occorrerebbe attendere senza farsi prendere dalla fretta, che è sempre una cattiva consigliera. Secondo i modernisti si può concedere al massimo un diritto di “critica costruttiva” al Vaticano II, ossia “secondo l’ermeneutica della continuità”, ma mai di rottura tra Tradizione apostolica e teologia conciliare.
Cos’è un accordo
“Accordarsi” significa “uniformare idee, opinioni in modo da evitare contrasti, avere gli stessi principi, le medesime opinioni e lo stesso modo di agire” (N. Zingarelli). “Accordo” vuol dire “unione armonica di sentimenti, opinioni, idee” (N. Zingarelli). In breve un accordo presuppone che due parti si mettano… d’accordo. Ora tra modernismo e cattolicesimo non vi è nessuna possibilità di accordo, anzi vi è una divergenza diametrale su tutti i campi. In San Paolo è rivelato: “Quale intesa è possibile tra Cristo e Beliar?” (II Cor., VI, 15).
Può esistere un accordo “unilaterale”?
No perché, per definizione, nell’accordo due parti si mettono d’accordo, anche se la manifestazione della volontà di accordarsi viene da una sola parte ed è quindi “unilaterale” al punto di partenza, ma diventa bilaterale al punto di arrivo. Quindi bisognerebbe parlare di riconoscimento giuridico o canonico. Ora il riconoscimento canonico è un atto giuridico, che presuppone una parte principale e superiore, avente autorità e predominio, la quale riconosce e una parte secondaria e inferiore, soggetta all’autorità, che viene riconosciuta. Ma nel caso nostro è la S. Sede che riconosce mentre i tradizionalisti verrebbero riconosciuti. Sarebbe impensabile ritenere che i tradizionalisti riconoscono e accolgono la Prima Sede, la quale per definizione è “Prima”, ossia non ha nessuna autorità umana al di sopra di sé. Quindi, se il “riconoscimento giuridico” è unilaterale, ciò non significa che la parte riconosciuta non deve nulla alla parte riconoscente, anzi per definizione quest’ultima ha accettato un riconoscimento, che viene dato unilateralmente o solo dalla Prima Sede alla quale poi occorre prestare obbedienza. La parola “unilaterale” è un sofisma utilizzato dai modernisti per fare cadere nella trappola i tradizionalisti. Essa non significa che la S. Sede concede tutto e i tradizionalisti non debbono nulla, anzi vuol dire tutto il contrario: la parte del leone la gioca la S. Sede e la parte dell’agnello la giocano i tradizionalisti. Per fare un esempio concreto, se un usuraio gentilmente e “unilateralmente” mi offre 100 milioni di euro ed io accetto, non vuol dire che poi non debba restituire all’usuraio non solo la somma prestatami, ma anche gli interessi, i quali, per la natura stessa dell’offerta “unilaterale”, diventano sempre più esorbitanti sino a “strozzarmi” (è per questo che l’usuraio vien detto “strozzino”). Nel caso nostro la parte riconosciuta dovrebbe alla parte superiore e che le ha dato il riconoscimento l’obbedienza, la sottomissione pratica, come avviene tra subordinato e superiore. Quindi se la concessione è stata data “unilateralmente”, poi una volta accettata ci si trova di fronte ad un patto che diviene bilaterale ex natura rerum. Perciò la concessione “unilaterale” comporta immancabilmente conseguenze giuridiche di rapporto tra soggetto subordinato o subalterno e superiore. Ora è il subordinato che obbedisce e il superiore che comanda. È una contradictio in terminis parlare di riconoscimento totale dei tradizionalisti da parte della S. Sede e di indipendenza assoluta di costoro verso la sua autorità. Ma un tradizionalista subordinato a un modernista è come un topo in bocca al gatto.
C’è un pericolo reale di scisma?
Lo scisma sussiste quando si rifiuta l’autorità del Papa, ossia non lo si riconosce come il Vicario di Cristo avente potere supremo, diretto e immediato sulla Chiesa universale. La disobbedienza agli ordini del Papa se non comporta la negazione del suo Primato di giurisdizione, ma se è fatta solo per non compiere ciò che viene comandato non è un peccato di scisma, ma di disobbedienza (cfr. L. Billot, De Ecclesia Christi, Roma, Gregoriana, V ed., 1927, vol. I, Thesis XII, p. 310 ss. ; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 39; Cajetanus, In Summ. Th., in IIam-IIae, q. 39).
Ora l’eresia rompe il vincolo della fede, mentre lo scisma quello della carità, ma l’unità della fede precede e presuppone quella della carità (Leone XIII, Enciclica Satis cognitum, 1896; Pio XI, Enciclica Mortalium animos, 1928). Quindi è chiaro che l’unità della fede prevale e primeggia su quella della carità. Perciò se non si obbedisce ad ordini, direttive o esortazioni che vanno contro la fede non solo non vi è scisma, ma l’atto è doveroso perché obbedire significherebbe ledere la fede.
Si veda anche S. Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 10, a. 10. L’Angelico si pone la questione “se si possano avere superiori infedeli” e risponde che “non deve essere permesso in nessun modo” poiché sarebbe pericoloso per la fede dei subordinati. Inoltre l’Aquinate (S. Th., II-II, q. 12, a. 1 e 2) insegna che seguire un capo, il quale ha deviato dalla fede è molto pericoloso per l’anima dei subordinati. Ora, se chi comanda ha anche un’autorità spirituale che non ha nessun superiore umano, come è quella del Papa, a maggior ragione la subordinazione è pericolosissima se il suo insegnamento non è conforme alla dottrina tradizionale della Chiesa, come avviene nell’ambiente ecclesiale a partire da Giovanni XXIII e specialmente oggi con Francesco I. Occorre quindi “fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, se ci si trova in un periodo di crisi e di confusione che ha invaso tutta la Chiesa” (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorio, III, 15) e attendere che ritorni la tranquillità ed allora l’accordo avverrà spontaneamente. Se si cammina di notte in montagna si inciampa e si cade in un burrone, bisogna, perciò, aspettare che si faccia giorno e riprendere la marcia. S. Ignazio da Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (Regole sul discernimento degli spiriti, n. 318) consiglia di non cambiare mai proposito durante il tempo dell’oscurità spirituale, ma di restare forti e costanti nella determinazione e nei propositi in cui ci si trovava prima dell’oscurità, poiché come nella luce ci guida lo spirito buono, così nell’oscurità ci conduce lo spirito maligno.
Rifiutare oggi per un certo periodo di tempo, sino a che torni la luce, un accordo con gli ultra-modernisti non è, quindi, un’attitudine scismatica perché è basata su gravi motivi di fede e morale, che ci obbligano a non seguire il corso ecclesiale attuale. Bisogna saper attendere tutto il tempo che Dio vorrà permettere che la crisi nella Chiesa perduri. Non bisogna scoraggiarsi, né deviare a sinistra: con un accordo intempestivo e scellerato, né a destra: dichiarando eretico il Papa regnante e ritenendolo deposto ipso facto. Queste sono le due strade che alcuni tradizionalisti (e in certi casi sono paradossalmente gli stessi) stanno imboccando oggi. Il grave rischio che corriamo oggi non è quello dello scisma, che viene agitato dal mondialismo massonico e modernista come uno spauracchio per indurci a fare un passo falso. No! Il pericolo reale è quello di far naufragio nella fede, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).
Conclusione
Un accordo pratico col neo-modernismo, come minimo, porterebbe immancabilmente, poco a poco al rinchiudersi della Tradizione in sagrestia con il riconoscimento ufficiale da parte del modernismo come è avvenuto agli Indiani d’America, rinchiusi nelle riserve dai “wasp” (“white, anglo-saxon, protestant / bianchi, anglo-sassoni, protestanti”), regolarmente riconosciuti e ridotti ai minimi termini come un fenomeno folkloristico da mostrare ai turisti. Ma lo spirito cattolico “non si lascerà mai chiudere nelle quattro mura del tempio. La separazione fra la religione e la vita, fra la Chiesa e il mondo è contraria alla idea cristiana e cattolica” (Pio XII, Discorso ai Parroci e quaresimalisti di Roma, del 16-03-1946).
d. Curzio Nitoglia
19/10/2016

venerdì 21 ottobre 2016

Buttiglione traduce papa Francesco. Ma dal Cile un filosofo lo boccia



Ricevo e pubblico. L'autore, nato e cresciuto in Venezuela, emigrato in Cile, filosofo, insegna nella Pontificia Universidad Católica de Chile e dirige il Centro de Estudios Tomistas della Universidad Santo Tomás. Ha un blog di nome "El abejorro".
Settimo Cielo ha pubblicato tempo fa un suo commento sul ruolo della Chiesa nella crisi del Venezuela.
Questa che segue è la sua critica all'interpretazione di "Amoris laetitia" fatta da Rocco Buttiglione su "L'Osservatore Romano", un'interpretazione condivisa e apprezzata da vescovi e cardinali vicini a papa Francesco, tra i quali l'arcivescovo di Chicago Blase Cupich, prossimo a ricevere la porpora.
Dal 18 ottobre il professor Buttiglione è titolare di una nuova cattedra di filosofia e storia delle istituzioni europee intitolata a Giovanni Paolo II, nella Pontificia università lateranense di Roma.
*
UNA RISPOSTA ALL'INTERPRETAZIONE DI "AMORIS LAETITIA" FATTA DA ROCCO BUTTIGLIONE
di Carlos A. Casanova
Il 19 luglio scorso il professor Rocco Buttiglione ha pubblicato su "L'Osservatore Romano" un'apologia dell'esortazione apostolica "Amoris laetitia". Tale apologia ha creato in me l'impressione che Buttiglione stia forzando verso un aperto contrasto con il solenne magistero della Chiesa un documento che è soltanto ambiguo. Nella speranza di chiarire il quadro ho deciso di scrivere queste righe.
Il professor Buttiglione sottopone alla nostra attenzione una difficile situazione così immaginata:
"Possiamo immaginare circostanze nelle quali una persona divorziata risposata può trovarsi a vivere una situazione di colpa grave senza piena avvertenza e senza deliberato consenso? È stata battezzata ma mai veramente evangelizzata, ha contratto il matrimonio in modo superficiale, poi è stata abbandonata. Si è unita con una persona che l’ha aiutata in momenti difficili, l’ha amata sinceramente, è diventata un buon padre o una buona madre per i figli avuti dal primo matrimonio.
"Potrebbe proporle di vivere insieme come fratello e sorella; ma che fare se l’altro non accetta? A un certo punto della sua vita tormentata questa persona incontra il fascino della fede, riceve per la prima volta una vera evangelizzazione. Forse il primo matrimonio non è veramente valido, ma non c’è la possibilità di adire un tribunale ecclesiastico o di fornire le prove della invalidità. Non proseguiamo oltre con gli esempi perché non vogliamo entrare in una casistica infinita".
Riguardo a questo caso, Buttiglione sostiene che gli insegnamenti di "Amoris laetitia" sono in linea con il magistero di Giovanni Paolo II in un modo peculiare:
"Una volta i divorziati risposati erano scomunicati ed esclusi dalla vita della Chiesa. Con il nuovo 'Codex iuris canonici' e con 'Familiaris consortio' la scomunica viene tolta ed essi vengono incoraggiati a partecipare alla vita della Chiesa e a educare cristianamente i loro figli. Era una decisione straordinariamente coraggiosa che rompeva con una tradizione secolare. 'Familiaris consortio' ci dice però che i divorziati risposati non potranno ricevere i sacramenti. Il motivo è che vivono in una condizione pubblica di peccato e che bisogna evitare di dare scandalo".
Tuttavia, aggiunge il professore Buttiglione, in una situazione difficile del tipo sopra descritto sarebbe possibile che si verifichi il caso in cui una persona ha vissuto oggettivamente in una situazione di peccato ma non ha commesso i suoi peccati con piena consapevolezza e/o pieno consenso. Pertanto, si potrebbe fare un passo al di là di quelli fatti da Giovanni Paolo II, anche per motivi pastorali.
Ma Buttiglione trascura qui un passaggio importante di "Familiaris consortio" n. 84. Ed è la vera ragione per cui Giovanni Paolo II stabilisce che i civilmente divorziati e risposati che non hanno annullato il ​​loro primo matrimonio non possono accedere ai sacramenti. Il papa afferma: "La Chiesa ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati". È la Sacra Scrittura che esclude la comunione per questi cristiani.
Buttiglione prosegue: "Non c’è dubbio che il divorziato risposato sia oggettivamente in una condizione di peccato grave; Papa Francesco non lo riammette alla comunione ma, come tutti i peccatori, alla confessione".
Ma così Buttiglione trascura il fatto che papa Giovanni Paolo II non ha pronunciato la sua sentenza solo sulla comunione, ma anche sulla confessione, di nuovo in "Familiaris consortio" n. 84:
"La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l'educazione dei figli – non possono soddisfare l'obbligo della separazione, assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.
Verso la fine del suo articolo, per un breve momento, Buttiglione sembra adottare una prospettiva giuridica canonica che egli ha trascurato nel resto del suo intervento e senza la quale non si può comprendere appieno la Chiesa. Scrive: "Adesso il divorzio è un fenomeno di massa e rischia di trascinare con sé un’apostasia di massa se di fatto i divorziati risposati abbandonano la Chiesa e non danno più un’educazione cristiana ai loro figli".
Ma qui il mio amico sembra dimenticare che la Chiesa non ha mai cercato di preservare la sua unità con l'annacquamento del suo insegnamento, proprio come Elia e i profeti non cercarono di preservare il regno di Israele con l’abbandono del vero culto di Yahweh.
Cristo ha detto ai farisei che Mosè si è staccato dalla legge naturale quando ha permesso agli israeliti di produrre un certificato di divorzio ("All'inizio non era così"), e che ha deciso questo a motivo della durezza di cuore del popolo ebraico del si tempo. (Secondo alcuni Padri della Chiesa, se Mosè non avesse permesso il divorzio gli israeliti sarebbero arrivati a uccidere le loro mogli). Ciò significa che una persona priva di istruzione cristiana potrebbe essere in grado di comprendere l'indissolubilità del matrimonio, proprio nel modo in cui, di fatto, Platone l’ha compresa (vedi "Leggi" 8, 838-841). Ma la chiave di tutta questa questione sta in ciò che dico ora.
Una persona può magari vivere nelle ombre dell'oscurità e dell'ignoranza senza essere responsabile di un fallimento coniugale nella stessa misura di una persona ben istruita. Ma se il matrimonio di quella persona era valido e nonostante ciò essa risulta sposata di nuovo, tale persona è bigama. Se la persona vive con un altro uomo senza apparire come sposata, è adultera. Come dice Buttiglione, tutti i santi "erano ben consapevoli che il giudice ultimo è Dio solo". Solo Lui può giudicare il segreto del cuore. Ma il sacerdote deve giudicare non il segreto del cuore, ma secondo ciò che la prudenza chiede al pastore secondo la legge di Cristo.
Per questo motivo, se una donna che ha vissuto nelle tenebre dell'ignoranza va da un sacerdote, questo sacerdote è obbligato pastoralmente a portarla alla luce dell'insegnamento di Cristo. Da quel momento la conoscenza e il consenso non possono mancare, se la donna rimane nella situazione di peccato in cui ha vissuto. Se il suo matrimonio canonico è valido, il sacerdote deve guidarla ad avviare un cammino di penitenza che potrebbe portare all’abbandono dell'uomo che ora vive con lei. Oppure potrebbe portarla al momento in cui lei sarebbe pronta a prendere l'impegno pubblico di vivere come sorella, di astenersi dal commettere adulterio.
Come ho detto al professor Buttiglione, io ho una cugina che ha seguito il secondo percorso ed è vissuta ed è morta, al pari del suo compagno, in un modo esemplare. Per anni ha frequentato fedelmente la chiesa e ha pregato e ha partecipato alla messa, limitandosi alla comunione spirituale. Alla fine, entrambi sono stati in grado di assumere l'impegno pubblico di vivere come fratello e sorella. Lei ha beneficiato della vera misericordia illustrata da Giovanni Paolo II in "Familiaris consortio" n. 84. Ha beneficiato della carità che dice la verità intera, senza comprometterla in nome di una falsa misericordia.
Questo è stato il cammino dei catecumeni nella Chiesa primitiva. C'erano delle masse che volevano condividere la grazia di Cristo, ma avevano abitudini e punti di vista che erano in contrasto con gli insegnamenti di Cristo. L'esemplare prudenza di quei tempi portava a ritardare il battesimo, un sacramento che, a differenza della comunione, è necessario per entrare in cielo. E questo è anche ciò che Dio fa nel purgatorio.
Se il sacerdote arriva alla convinzione che il matrimonio canonico della donna non è valido, allora deve aiutarla a ottenere la sentenza di annullamento canonico. Francesco ha promulgato nuovi canoni che facilitano questo cammino, anche se lo fanno in un modo problematico, che non ho intenzione di prendere in considerazione ora. Ma sarebbe utile esplorare delle vie per tenere ferma la legge di Cristo e consentire la massima conformità possibile tra l'ordine canonico e il giudizio di una coscienza fedele.
Anche Giovanni Paolo II ha considerato il caso di una persona che pensa che il suo matrimonio sia nullo ma non è in grado di ottenere una sentenza canonica: ci sono alcuni "che hanno contratto una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido" (FC 84). Proprio pensando a queste persone, egli ha dichiarato che esse non possono ricevere i sacramenti, a causa di ciò che afferma la Sacra Scrittura, come ho detto in precedenza. Perché la dimensione canonica della Chiesa esige che non ricevano i sacramenti coloro che, secondo il giudizio canonico prudente espresso dall’autorità o dal tribunale competente, si trovino in una situazione di adulterio o di bigamia e non siano disposti a modificare la loro vita, per esempio con l'impegno dell'astinenza.
Rocco Buttiglione ha posto esplicitamente in contrasto con il solenne magistero della Chiesa un testo che è soltanto ambiguo e che ha bisogno di un chiarimento in linea con il magistero stesso. Se la donna del suo esempio non è in grado di modificare la sua vita secondo le linee proposte dal magistero, ella non può ricevere l'assoluzione dei suoi peccati, come ha dichiarato solennemente il Concilio di Trento. Se Buttiglione affermasse che nel suo caso i rapporti sessuali con l'uomo che non è suo sposo non sono adulterini, a motivo delle circostanze, allora andrebbe contro gli insegnamenti di "Veritatis splendor". Se ritenesse che tali rapporti sessuali sono adulterini, ma che per lei è impossibile modificare la sua vita, si dovrebbe concludere con il Concilio di Trento che tale donna non è in uno stato di grazia santificante. Perché è anatema chi sostiene che una persona può vivere in uno stato di grazia santificante e al tempo stesso non essere capace di adempiere la legge di Dio.
Ho fatto leggere la mia critica all'autore. Egli ha risposto che è possibile commettere atti gravemente immorali e, nonostante ciò, rimanere nella grazia di Dio. Secondo lui, questa è la dottrina tradizionale della Chiesa nel caso di soldati che si trovino a combattere una guerra. In questo caso, anche coloro che uccidono altri esseri umani possono confessarsi e fare la comunione. Forse che esiste, mi ha domandato, un'azione più cattiva dell’uccisione di un essere umano? E allora una persona costretta a compiere atti sessuali illeciti (che è un male minore dell’uccisione di un altro essere umano) non può ottenere lo stesso trattamento?
Ma questa risposta, gli ho replicato, trascura l'insegnamento sull’oggetto morale contenuto in "Veritatis splendor" n. 78. "Uccidere esseri umani" non è un oggetto morale, ma "commettere omicidio" invece lo è. Un atto di legittima difesa è un atto giusto e lecito, anche se un essere umano viene ucciso.
A questo Buttiglione ha risposto che "l'uccisione di un essere umano è sempre una materia grave di peccato" e che la Chiesa perdona chi uccide anche in una guerra offensiva, perché "la Chiesa pensa che tale persona non sia pienamente colpevole delle azioni sbagliate che commette”.
Sembra a me che questa risposta contenga non l'insegnamento della Chiesa, ma un influsso hegeliano: ci sono delle cattive azioni, come "uccidere" in ogni circostanza, che però a volte sono ammesse, non sono imputabili a chi le compie, perché costui è stato costretto ad eseguire tali azioni. La dottrina hegeliana su questo punto suona umanitaria (uccidere è sempre un crimine!), ma in realtà è maligna, perché potrebbe consentire atti di uccisione che sono, in realtà, ingiusti, mentre invece il cristianesimo insegna che ci sono atti di uccisione giusti e atti di uccisione ingiusti. Se uno capisce che un atto di uccisione è ingiusto, costui deve astenersi dal farlo, anche se la sua vita è in gioco, non importa se si sente costretto. Deve portare la sua croce.
Ammetto che qualche costrizione data dalle circostanze è possibile e che una formazione carente potrebbe ridurre la responsabilità morale. Ma la persona che, alla luce della legge di Cristo, commette abitualmente un atto intrinsecamente cattivo non può ricevere i sacramenti, fino a quando tale persona non avrà il fermo proposito di correggersi. Tale persona può pregare, partecipare alla messa, chiedere la luce, pregare per la sua conversione. Questo è ciò che la Chiesa primitiva faceva, quando sottoponeva a un lungo cammino catecumenale coloro che volevano essere battezzati.
Il vero servizio al papa sta nell'andare da lui a chiedergli con spirito filiale di chiarire in base al solenne magistero della Chiesa le ambiguità contenute in "Amoris laetitia". Aggiungere confusione alla confusione non è un vero servizio.

FONTE:
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

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