venerdì 25 dicembre 2015

E’ GESU’ LA VERA “GIOVENTU’ BRUCIATA” (CE LO DICE IL NATALE…)


Forse “Via delle storie infinite” sarebbe la giusta dislocazione per “il caffè della gioventù perduta” di cui parlava Guy Debord. La vedo ogni giorno questa generazione di venticinquenni e di trentenni. Volti che fanno tenerezza. Destini incerti come le foglie nei boschi di dicembre. Proprio nell’età che dovrebbe essere quella della fioritura, della fecondità, dell’energia.

Silenziosi, pur trovandosi a pagare tutti i conti degli errori della generazione precedente.

Sembrano naufraghi in una terra di nessuno. Ci sono fra loro anche i “pirla”, come in ogni compagnia, ma perlopiù è una generazione di ragazzi bravi, intelligenti, col segreto dolore di chi si sente fuori luogo, senza definizione, anonimo, senza un posto nel presente e forse nel futuro: “non c’era posto per loro in quell’albergo”.

Così – col versetto evangelico riferito a Maria e Giuseppe (due altri giovani di duemila anni fa, con un figlio che doveva nascere) – con quelle parole del Vangelo, si può descrivere la condizione di questa generazione.

IL SENSO DELLA VITA

Non c’è “un posto” per loro. Non solo un posto di lavoro (e il lavoro è tanto per un uomo). Ma non hanno un posto nel mondo: una dimora, una patria, una terra che abbia un perché, una bellezza e un futuro. Non hanno padri che dicano loro chi sono e per cosa vale la pena vivere.

Abbandonati. Perduti. Senza sapere da chi sono stati fregati. Smarriti come solo si può smarrire un figlio all’aeroporto. In una terra di nessuno, che non è più il tuo Paese e non è nemmeno una terra straniera. E’ un non-luogo. Sembra (ma non è così) che per loro non sia in partenza nessun volo. Non sentono chiamate.

Sono spaesati. Si dice che il nostro non è un Paese per giovani. Ma è perduta questa gioventù o è perduto un tale Paese?

Guy Debord – ricordate il Situazionismo e la “Società dello spettacolo”? – fece una suggestiva parafrasi dell’incipit della Divina Commedia, che sembra un affresco di oggi: “Nel mezzo del cammino della vera vita, eravamo circondati da una malinconia oscura, che tante parole tristi e beffarde hanno espresso, nel caffè della gioventù perduta”.

Stava in un libro strano con un titolo misterioso: “In girum imus nocte et consumimur igni”. Questo bizzarro titolo latino, un vero palindromo (si può leggere egualmente da sinistra a destra e viceversa) è in realtà una citazione dell’esametro imperfetto che è stato attribuito a Paolo Silenziario, un poeta bizantino del VI secolo d.C.

Pare sia dedicato alle falene o alle torce (ma vale per tutte le gioventù bruciate) e significa: “Andiamo in giro di notte e veniamo consumate dal fuoco”.

Da quale fuoco? Dalla vita come passione inutile, come diceva Sartre? L’uomo deve ardere, ma per cosa? Consumarsi per nulla è la dissipazione e la disperazione. Una gioventù bruciata (dagli altri o da se stessi) è l’opposto dell’ardore.

Guardo i bei volti dei miei figli e mi chiedo: quale giovinezza è veramente perduta e bruciata? Non è forse quella che non conosce il suo significato?

Bisogna donare la propria vita (e così farne un capolavoro) prima che il tempo ce la rubi. Questo è il vero fuoco, così la giovinezza non sfiorisce mai. Sapere per cosa (per chi) si vive. E si muore.

Toni Negri ha scritto un libro autobiografico di 600 pagine. C’è una frase che colpisce: “‘Papà, che cosa vuol dire morire?’, chiede mia figlia”. La risposta non arriva, in 600 pagine. E allora voglio raccontarvi una storia di ardore, cioè di amore. Una storia di vita che vince la morte.

LA GRANDE AVVENTURA

Era giovane anche Robert Southwell. Era un poeta. Nasce a Horsham St Faith in Inghilterra, viaggia per l’Europa, va a Parigi e poi a Roma (e non c’era l’Erasmus). A 19 anni, nel 1580, entra nella Compagnia di Gesù. A 23 anni è ordinato sacerdote. A 25 anni viene mandato, con Henry Garnett, in Inghilterra.

Era la sua patria, ma la corona aveva imposto l’anglicanesimo e perseguitava i cattolici. Un feroce decreto della regina Elisabetta comminava la pena di morte ai sacerdoti cattolici che fossero trovati sul suolo inglese.

Era un bagno di sangue terribile. Un martirio che fece molte vittime illustri. Così Robert entrò clandestinamente nel suo Paese. A quel tempo i gesuiti erano un po’ i “marines” della Chiesa.

Si trovavano sempre nelle imprese più ardimentose, che si trattasse delle foreste amazzoniche (si ricorda il film “Mission”) o dei Paesi sotto tirannie anticattoliche, si trattasse di solcare gli oceani fino all’India e al Giappone, come Francesco Saverio, o di entrare alla corte degli imperatori cinesi come Matteo Ricci.

Il giovane padre Robert svolse in Inghilterra il suo lavoro missionario, in segreto, per nove anni. Poi, nel 1592, a 31 anni, fu denunciato, arrestato e accusato di far parte di un complotto per assassinare la regina Elisabetta.

Durante la prigionia fu brutalmente torturato, ma lui sempre si dichiarò innocente sostenendo che dovevano giudicarlo il popolo inglese e Dio. Nel 1595, a 34 anni, fu condannato a morte per tradimento (come si vede non ci sono solo gesuiti troppo amici dei potenti anticattolici, ma anche dei grandi gesuiti martiri).

Gli fu tagliata la testa e il corpo fu fatto a pezzi. Ma quando il boia sollevò il suo capo mozzato, quel 21 febbraio, a Tyburn, il popolo non gridò “Traditore!”, come di consueto. Il giudizio del suo popolo era contenuto in un triste silenzio di sgomento.

E il giudizio di Dio? Robert Southwell fu beatificato nel 1929 e fu proclamato santo nel 1970 da Paolo VI. E’ uno dei quaranta martiri d’Inghilterra e del Galles. Un giovane santo e martire.

Una gioventù bruciata, la sua, si direbbe. Ma bruciata per amore, per il grande Amico, per il vero Re dell’universo, un Re croficisso.

Così Robert Southwell conquistò un’eterna giovinezza. E’ sua una memorabile poesia su quel fuoco, su quell’ardore, su questa giovinezza bruciata (vedi sotto il testo integrale).

Southwell fu un grande poeta ed ebbe un’influenza decisiva sulla letteratura inglese, a cominciare da William Shakespeare di cui fu amico: c’è chi sostiene che proprio grazie a lui Shakespeare sia morto (segretamente) da cattolico.

Southwell appartiene a quel fiume di poesia metafisica che comprende anche John Donne e arriva a Thomas S. Eliot, passando per quello straordinario poeta che fu Gerard Manley Hopkins (1844-1889), un convertito al cattolicesimo diventato anche lui gesuita.

CUORI ARDENTI

Dunque, dicevo, fra le poesie di Southwell ce n’è una, strana e struggente, intitolata “The Burning Babe” (Il bambino che brucia), una poesia apprezzata da due artisti apparentemente così lontani da Southwell, come Dylan Thomas e Ben Jonson. E’ stata recentemente trasformata in canzone dal violinista folk  inglese Chris Wood ed è stata cantata da Sting nella cattedrale di Durham.

Inizia in una sorta di foresta oscura, che è la vita di tutti, dove accade qualcosa: “Una bianca notte d’inverno, tremando nella neve,/ Fui sorpreso da un improvviso calore che m’infiammava il cuore”.

L’ “everyman” che racconta questa situazione allegorica si accorge che il calore gli viene da un “bambino raggiante”, lì vicino, che soffre per essere avvolto nelle fiamme e versa fiumi di lacrime che quasi le spengono.

Il fanciullo parla: “appena nato mi consumo in fiamme ardenti,/ eppure nessuno si avvicina a riscaldarsi il cuore o a sentire il mio fuoco!”.

Ma da dove vengono quelle fiamme? Lo spiega il bimbo: “Il mio petto innocente è la fornace, la legna ha rovi laceranti,/ Amore è il fuoco, il fumo son sospiri, le ceneri insulti e scherno;/ Giustizia porta la legna e misericordia soffia sui carboni”.

E’ un fuoco che trasforma il duro metallo delle “anime degli uomini”, piene di sozzura, per rinnovarle, e dopo le fiamme “mi scioglierò in un bagno per lavarle nel mio sangue”.

Conclude il poeta: “Dette queste parole sparì alla mia vista dissolvendosi d’improvviso,/ e subito mi ricordai che era il giorno di Natale”.

E’ venuto al mondo per dare la sua vita per te, una follia d’amore, perché tu fossi felice per sempre.



Antonio Socci

domenica 20 dicembre 2015

Troppa misericordia. Una supplica di Gotti Tedeschi al papa

Santità,

oggi, dopo aver sentito e letto tanti commenti sull’apertura dell’Anno Santo "della misericordia", ho letto questo passo del Vangelo di Giovanni:

"Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio" (Gv. 3, 14-21).

E riflettevo. È vero che la misericordia di Dio è infinita, in sé stessa. Ma quanto siamo noi certi che lo sia anche nei suoi effetti? Dio può perdonare sempre, infinite volte, ma siamo certi che ci perdonerà infinite volte?

Pensavo: Dio, pur essendo da sempre infinitamente misericordioso, ha permesso la dannazione dell’angelo ribelle e della sua schiera, e lo ha fatto al primo peccato da loro commesso.

E ho continuato a riflettere: è vero che Dio è misericordioso, ma è vero che è anche giusto, o no? Il famoso “timor di Dio“ non serviva a non illuderci di pensare di poter abusare della sua misericordia, continuando ad offenderlo?

Perché non si spiega anche questo? Ricordo a memoria alcune celebri sentenze.

San Basilio scriveva che riferirsi a Dio misericordioso e non anche giusto, significa ritenerlo complice delle nostre iniquità.

Sant’Agostino diceva che la mera speranza di misericordia ha ingannato e perso tante anime.

Sant’Alfonso Maria de' Liguori diceva che manda più anime all’inferno la certezza della misericordia di Dio che la Sua giustizia, poiché confidare temerariamente nella Sua misericordia, senza convertirsi e lottare contro il peccato, produce la perdizione.

"Deus non irridetur". Perchè dunque non insegnare che la misericordia di Dio sta nell’accogliere il peccatore pentito? È implicito, Santità ?

Con devozione, Suo

Ettore Gotti Tedeschi

martedì 15 dicembre 2015

PETITION IN ITALIAN: The Remnant implora Papa Francesco di cambiare rotta oppure di rinunciare all'ufficio Petrino

PETITION IN ITALIAN: The Remnant implora Papa Francesco di cambiare rotta oppure di rinunciare all'ufficio Petrino

8 dicembre 2015
Festa dell'Immacolata Concezione

Santo Padre,
Papa Celestino V (r. 1294), riconoscendo la sua incapacità di ricoprire l'ufficio al quale era stato così inaspettatamente chiamato quand'era ancora l'eremita Pietro di Morrone, e comprendendo i gravi danni che le sue scarse capacità di governo avevano causato alla chiesa, decise di dimettersi dal suo incarico dopo soli cinque mesi di pontificato. Egli venne canonizzato da Papa Clemente V nel 1313. Successivamente, Bonifacio VIII tolse qualsiasi dubbio in merito alla validità di un atto pontificio così straordinario,confermando per sempre (ad perpetuam rei memoriam) che “il Pontefice Romano può liberamente rinunciare al pontificato”.
Un numero crescente di Cattolici, tra i quali anche diversi cardinali e vescovi, cominciano a riconoscere che il suo pontificato, anch'esso il risultato di un'elezione inaspettata, è parimenti causa di grave danno per la Chiesa Cattolica. È diventato ormai impossibile negare il fatto che Lei, Santità, non è in possesso delle capacità o della volontà di compiere ciò che è invece dovere di ogni Papa - secondo le parole del suo stesso predecessore: “Egli deve… vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo.”

Purtroppo, come dimostra il libello allegato a questa nostra Petizione, Lei ha dimostrato più di una volta un'aperta ed allarmante ostilità nei confronti degli insegnamenti, della disciplina e delle consuetudini tradizionali della Chiesa Cattolica, così come dei fedeli che cercano di difenderli, preoccupandosi invece di questioni sociali e politiche che esulano e trascendono dalle competenze di un Pontefice di Santa Romana Chiesa. Di conseguenza, i nemici della Chiesa si deliziano del suo pontificato, esaltandolo più di quanto abbiano fatto con tutti i suoi predecessori. Si tratta di una situazione insostenibile che non ha eguali nella storia della Chiesa.

venerdì 11 dicembre 2015

I RETROSCENA DELLA PROFANAZIONE DI SAN PIETRO

L’8 dicembre, in un brutto spettacolo, la Basilica di San Pietro e il Cupolone, cuore della cristianità, sono stati degradati a maxischermo (o meglio “maxischerno”) su cui proiettare immagini relative a clima e ambiente, nuovi dogmi dell’ideologia dominante.

“Uno spettacolo inconcepibile in piazza san Pietro, uno sfregio alla basilica simbolo della cattolicità”, ha scritto Riccardo Cascioli, direttore del giornale cattolico online “Nuova Bussola quotidiana”.

Lo show era stato presentato, da parte vaticana, come una specie di lode al creato che richiamava l’enciclica “Laudato sii” e la Conferenza di Parigi sul clima e già così alimentava molti dubbi, visto che non c’entrava nulla con la Festa dell’Immacolata che si celebrava martedì, come pure con l’apertura del Giubileo e con l’imminenza del Natale.

NEOPAGANI

In realtà lo spettacolo poi è stato molto peggio di quanto si temeva. Nessun simbolo cristiano, casomai l’allusione a qualche moschea islamica che, proiettata sulla Basilica di San Pietro, fa un certo effetto inquietante.

E’ stato uno scorrere noioso e a volte lugubre (per gli effetti sonori) di immagini di animali, tipiche di una certa divinizzazione gnostica e neopagana della Terra.

Così, a San Pietro, nella festa dell’Immacolata Concezione, alla celebrazione della Madre di Dio è stata preferita la celebrazione della Madre Terra, per propagandare l’ideologia dominante, quella “religione climatista ed ecologista”, neopagana e neomalthusiana che è sostenuta dai poteri forti del mondo.

Una profanazione spirituale (anche perché quel luogo – ricordiamolo – è un luogo di martirio cristiano). E una profanazione culturale.

Infatti quella concentrazione di solennità cristiane (l’Immacolata, il Giubileo, il Natale), in uno scenario cattolico come la Basilica, il colonnato del Bernini e la cupola michelangiolesca, su un suolo sacro bagnato dal sangue di san Pietro e di tanti altri cristiani, avrebbe giustificato – casomai – una grande proiezione su maxischermo collocato in piazza (non sulla Basilica) delle bellissime immagini della nostra arte sacra, magari accompagnata dalla grande musica della tradizione cristiana.

Non una sceneggiata gnostica e neopagana che aveva un preciso messaggio ideologico anticristiano.

ANTICRISTIANI

Il messaggio era sintetizzato nel titolo dello show, “Fiat lux”, che suona come beffarda sfida e come parodia della Sacra Scrittura nella quale l’espressione “Fiat lux” indica il gesto creatore di Dio e poi la Luce che è Cristo, venuto a illuminare le tenebre del mondo (come dice il Prologo del Vangelo di San Giovanni).

Infatti questo spettacolo rappresentava il contrario: il “mondo” che proietta luce sulla Chiesa immersa nelle tenebre. E’ la Chiesa che in quello show riceve luce dal mondo. Quindi un simbolico e umiliante rovesciamento della fede cattolica.

Che proprio questa sia l’interpretazione da dare all’evento lo conferma un passo dell’intervista di papa Bergoglio ad Antonio Spadaro a proposito del Concilio, per il cui anniversario – che cadeva proprio l’8 dicembre – è stato indetto il Giubileo.

Il pontefice infatti ha dichiarato: “Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea”.

Quindi per Bergoglio sarebbe il mondo (la cultura contemporanea) che illumina e giudica il Vangelo. Invece la Chiesa ha sempre affermato il contrario: è Cristo la vera luce che risplende sul volto della Chiesa e così illumina il mondo.

Non a caso uno dei fondamentali documenti del Concilio, la “Lumen Gentium”, inizia con queste precise parole: “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa”.

Nella metafora della luce c’è tutta una visione delle cose che evidenzia l’opposta direzione del pontificato bergogliano rispetto al Concilio Vaticano II e al magistero costante della Chiesa.

D’altronde c’è anche un linguaggio dei segni che è molto eloquente.

Infatti la sera dell’8 dicembre, oltre alla Basilica, anche il grande Presepio di Piazza San Pietro, per l’occasione, era spento: non sia mai che la luce del Bambino Gesù disturbi la rituale messinscena della nuova religione neopagana.

SPRECO DA RICCHI

Ci sarebbe poi da osservare che – applicando i criteri di giudizio di Bergoglio – quello show dovrebbe essere considerato dalla Chiesa un inaccettabile spreco di soldi che potevano più opportunamente essere spesi per i poveri.

E non significa nulla che il costo dello spettacolo sia stato pagato da società private esterne, perché la Santa Sede avrebbe dovuto rifiutare il “regalo” e chiedere di donare quella cifra ai poveri.

Peraltro solleva molti dubbi pure l’identità di coloro che hanno offerto questo “pacchetto” alla Santa Sede che poi ha acriticamente messo in scena il tutto mettendo a disposizione la Basilica e la piazza.

POTERI FORTI

Scrive Cascioli: “È stato infatti un ‘regalo’ della Banca Mondiale (e del suo programma Connect4Climate) e di alcune associazioni e fondazioni particolarmente interessate all’ecologismo, la Vulcan Inc. del co-fondatore di Microsoft Paul Allen e la Okeanos-Fondazione per il mare, istituzioni che non a caso portano il nome di due divinità pagane. A realizzare l’installazione è stato lo studio Obscura, un nome che è un programma. Scopo di ‘Fiat Lux’, come si legge in un comunicato stampa degli sponsor, è ‘educare e ispirare cambiamenti intorno alla crisi del clima attraverso le generazioni, le culture, le lingue, le religioni e le classi’ ”.

Dunque “educare le religioni”. Ecco perché hanno “illuminato” le tenebre di San Pietro: una conferma del carattere ideologico dello show.

Cascioli osserva peraltro che “la Banca Mondiale è anche l’istituzione che già dagli anni ’70 è tra le principali responsabili” di quelle politiche verso i Paesi poveri, “(prestiti in cambio di programmi per il controllo delle nascite) che pure papa Francesco ha più volte denunciato. E sulla stessa lunghezza d’onda sono le altre associazioni per cui ecologismo e controllo delle nascite sono due facce della stessa medaglia”.

UN PAPA CLIMATOLOGO

Purtroppo l’insistito e acritico sostegno bergogliano alla Conferenza di Parigi (che non compete a un papa), finisce per identificare il messaggio del Giubileo sulla misericordia con la battaglia sul “cambiamento climatico” per cause umane, la cui fondatezza scientifica peraltro è del tutto discutibile.

Il maggior fisico dell’atmosfera, “climate scientist” nel 2007, Richard Lindzen ha dichiarato:

“Le generazioni future si chiederanno, con perplesso stupore, come mai il mondo sviluppato degli inizi del XXI secolo è caduto in un panico isterico a causa di un aumento della temperatura media globale di pochi decimi di grado. Si chiederanno come, sulla base di grossolane esagerazioni di proiezioni altamente incerte di modelli matematici, combinate con improbabili catene di interferenze, è stata presa in considerazione la possibilità di ritornare all’era preindustriale”.

E’ incredibile che Bergoglio – sempre distaccato e critico verso la dottrina cattolica e i dogmi della Chiesa – poi vada a sposare acriticamente questi dogmi ecologisti che non hanno nemmeno fondamenti scientifici certi.

Ed è sconcertante che un papa indichi come emergenza quella del clima. L’apostasia di interi popoli dalla fede nel vero Dio non è un dramma che meriterebbe gli appelli più accorati? La guerra alla famiglia e alla vita? La dimenticanza di Cristo e la persecuzione e il massacro delle comunità cristiane? Non era il caso di dedicare a loro la prima enciclica scritta di suo pugno? Perché ha preferito occuparsi di rettili e spazzatura differenziata?

Bergoglio è un enigma. Dice di non credere nell’esistenza di un “Dio cattolico”, ma crede ai dogmi del politically correct. Alain Finkielkraut l’ha definito “Sommo Pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale”.


Antonio Socci


Da “Libero”, 10 dicembre 2015

domenica 6 dicembre 2015

Per Vittorio Messori “certe parole del Papa” possono essere fraintese da persone non vicine alla Chiesa

di Bruno Volpe, La Fede Quotidiana, 27 novembre 2015

Da qualche tempo, il noto scrittore e giornalista cattolico, Vittorio Messori si è imposto il silenzio sulle cose della  Chiesa e sul Papa: ” Una scelta di responsabilità “, dice. Tuttavia, ha voluto parlare con noi sul senso dell’apologia, sul proselitismo ed anche sui corvi vaticani, lanciando di tanto in tanto frecciatina che dimostrano in Messori un certo senso di malessere.

Messori, abbiamo bisogno dell’ apologetica, oggi?

“Mai come oggi ne sentiamo il bisogno, certo. Guardi, che il primo, vero, grande apologeta della storia, è stato il Signore. Non uno qualunque. Penso all’episodio dei discepoli di Emmaus, quando se ne tornavano stanchi e delusi, sconfortati e forse nella disperazione. Gesù appare loro e spiega il senso delle Scritture e lo fa con ardore, ma mitezza. Non è forse apologetica, quella? Pertanto, considerando che il Signore è stato il primo apologeta, reputo che questo filone sia molto, moto importante e da incoraggiare, non deprimere”.

Perchè, allora, oggi l’ apologetica sembra in disuso?

“Lei mi pone una domanda interessante. La prima risposta sta in questo. Una malintesa idea di cattolico adulto ha fatto ritenere l’apologetica come un settore minore  e persino da evitare, una cosa vecchia e superata. Questo è un grave errore di prospettiva. Per altro verso, occorre anche riconoscere che l’ apologetica specialmente prima del Vaticano II, ha avuto in qualche esponente, toni da crociata o troppo forti e una certa approssimazione culturale. Il vero apologeta deve associare competenza e intendo rigore scientifico,  e allo stesso tempo pacatezza, senza intraprendere guerre di religione. Bisogna sempre abbinare fede e ragione che non sono entità nemiche. La verità si può e  si deve dire col sorriso”.

Papa Francesco dice che il cristiano non deve fare del proselitismo, concorda?

“Io capisco quello che vuole dire il Papa e  concordo quando per proselitismo si intenda quel modo di fare da piazzisti con la valigetta, invadenti e troppo fervorosi. Non ci si muove con la idea di imporre a forza, questo assolutamente no. Però bisogna riconoscere che il cristiano ha per dovere, perchè lo dice il Vangelo, quello dell’apostolato e da questo nessuno che si dica cristiano può derogare. Esiste un rischio di cattiva interpretazione delle parole del Papa. In un tempo nel quale persino la presenza alla messa domenicale è in crisi, sentire il Papa che dice basta al proselitismo o qualche volte pare bacchettare l’abitudine della celebrazione domenicale, lo ha detto a Santa Marta, potrebbe avere delle controindicazioni  in gente non molto informata e non vicina alla Chiesa”.

Crede che il concetto di “Chiesa sociale” sia maleinterpretato?

“Effettivamente noto un eccesso di Chiesa detta sociale, dei preti da strada, incline al populismo, al pauperismo e  talora anche alla demagogia. Dipende dal fatto che troviamo una sorta di inquinamento marxista nella Chiesa attuale e allora si finisce col parlare poco di Dio e  molto di altri valori quali l’economia  dando una visione diabolica della vita. Siamo sotto l’influsso della teologia della liberazione e sappiamo quanti e  quali negatività essa incarni ed abbia incarnato. Per capire come davvero bisogna muoversi, si leggano le vite dei santi sociali”.

Perchè?

“Prendiamo, io sono piemontese, la vita di san Giovanni Bosco. Indubbiamente egli pose il lavoro, la formazione professionale, il sociale tra le sue priorità. Tuttavia, la vera primizia per lui era la preghiera. Oggi si assiste alla posizione contraria: più mense, meno preghiere, con decremento del senso del sacro. La prima vera emergenza è quella di pregare di più e di rimettere Dio al centro della vita”.

Caso corvi in Vaticano: quei due libri, detto da un giornalista famoso, andavano scritti?

“Credo che quelle due pubblicazioni siano figlie di una bella e buona dose di cinismo, nel senso letterale del termine, e figlie di interessi economici ed editoriali. Non è affatto vero, come si vuole fare intendere, che rispondano ad un intento di moralizzazione. Il giornalista non sempre deve pubblicare quello che ha, anche se vero. Esiste un senso di responsabilità nel calcolare gli effetti e nel valutare sia le notizie, sia il modo di procurarsele. Dunque sia sul contenuto, che sul metodo nutro molte riserve.  Fatta questa premessa, dico che se i fatti narrati, dico se, sono veri, la Chiesa istituzione deve riflettere seriamente e fare un approfondito esame di coscienza”.

venerdì 4 dicembre 2015

Un giubileo a furor di popolo

Misericordia per tutti tranne che per la Chiesa gerarchica, troppo chiusa e arretrata per meritare il perdono dal papa. Ma intanto esplodono due casi giudiziari dall'esito incerto: il processo contro Vallejo Balda e Chaouqui e lo scontro con la corte suprema del Cile 


ROMA, 4 dicembre 2015 – Col giubileo inaugurato domenica scorsa nel cuore dell'Africa profonda, papa Francesco ha piegato uno strumento di antica devozione a un disegno tutto suo e nuovo.

I giubilei non hanno buona fama, fu proprio il mercato delle indulgenze a scandalizzare Lutero, eppure il papa le ha rimesse in auge per i vivi e per i defunti, a sconto delle pene del purgatorio. Nessuno può quindi accusarlo di abbandonare la tradizione.

Ma un conto è la forma, un altro la sostanza. Perché, di quella tradizione, Francesco tiene in vita una sola cosa: il perdono. Un perdono che è per tutti quelli che varcano la porta santa e si confessano e si comunicano. Solo che le porte sante sono dappertutto. Anche la porta della cella di un carcere lo può diventare, ha detto il papa, se appena si chiede a Dio misericordia.

E quindi il giubileo è la festa del popolo immenso dei peccatori perdonati. È questo popolo il vero protagonista dell'anno santo di Jorge Mario Bergoglio, non più la gerarchia che amministra e dispensa indulgenze dall'alto.

Anzi, è la gerarchia per prima che con questo papa finisce sul banco degli imputati. Una gerarchia zeppa di cuori induriti, senza misericordia, incapace di far posto a tavola ai divorziati risposati. È questo che Francesco ha rimproverato ai vescovi che aveva di fronte, quando ha chiuso il sinodo sulla famiglia dello scorso ottobre:


In quanto papa, egli è il capo di questa gerarchia, ma quando si appella al popolo per strapazzare vescovi e cardinali si spoglia del suo ruolo istituzionale e veste il saio del capo carismatico e purificatore.

Che la bontà sia connaturata al popolo è il dogma del populismo, al quale l'argentino Bergoglio è molto sensibile. L'ha predicato anche a Nairobi che nel popolo delle periferie abita una superiore saggezza:

> L'innata "saggezza" dei poveri, terza fonte della Rivelazione

È questo il segreto della sua popolarità, che l'impopolarità della Chiesa gerarchica non diminuisce ma accresce.

*
Francesco si è appellato alle folle, strappando l'applauso in piazza San Pietro, anche per scagliarsi contro l'avvenuto "furto", parola sua, delle carte segrete sui malaffari della curia vaticana. Per il quale ha imbastito alla vigilia del giubileo un processo che però non brilla né di contrizione, né di prudenza, né di misericordia.

Non di contrizione, dato che era stato proprio lui, il papa, a promuovere a ispettori e medici delle finanze curiali i due maggiori imputati del latrocinio, monsignor Lucio Ángel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, nonostante la segreteria di Stato l'avesse avvertito della palese inaffidabilità di entrambi:

> Ricca e Chaouqui, due nemici in casa (26.8.2013)

Non di prudenza, per aver voluto trascinare sul banco degli imputati anche i due giornalisti italiani autori delle pubblicazioni, in una bizzarra rimessa in scena dell'indice dei libri proibiti.

E ancor meno di misericordia, viste le pagine a luci rosse, trapelate dagli atti istruttori, che hanno esposto alla pubblica gogna non solo il monsignore e la signora, già attivissimi nel farsi danno da sé, ma anche sfortunate parenti di lei, del tutto estranee alla vicenda.

*

Bergoglio si appella al popolo del giubileo contro le gerarchie anche per l'altra sua impresa purificatrice, quella contro gli abusi sessuali del clero ai danni di minori.

Si dice inflessibile con i vescovi che coprono tali misfatti e alcuni, in effetti, li ha licenziati. Ma nello stesso tempo si mostra misericordioso all'eccesso con un cardinale suo grande elettore in conclave, il belga Godfried Danneels, che nel 2010 cercò di occultare le malefatte sessuali dell'allora vescovo di Bruges, Roger Wangheluwe, con vittima un suo giovane nipote, indotto a tacere dal cardinale. Lo scandalo divenne pubblico, ma non risulta che papa Francesco ne sia stato turbato, anzi, per due volte ha messo in cima Danneels alla lista dei padri sinodali da lui nominati personalmente, in segno di grande stima, e ha promosso a nuovo arcivescovo di Bruxelles proprio il pupillo del cardinale:

> La vera rivoluzione di Francesco è a colpi di nomine (14.11.2015)

Ma ancor più clamoroso è il caso del vescovo cileno Juan de la Cruz Barros Madrid, che Francesco ha promosso alla diocesi di Osorno nonostante tre vittime lo accusino in tribunale di complicità con il loro predatore, il sacerdote Fernando Karadima, per molti anni una riverita celebrità della Chiesa cilena ma alla fine condannato a "preghiera e penitenza" dalla stessa Santa Sede per i suoi accertati abusi sessuali.

In un suo sfogo che è divenuto pubblico, Bergoglio si è detto arcisicuro dell'innocenza del vescovo e ha accusato i politici di sinistra d'aver "montato" loro la protesta:

> Abusi sessuali. Il vescovo di Osorno ha un superavvocato: il papa

Col risultato che il 13 novembre la corte suprema del Cile, senza misericordia alcuna, ha chiesto ufficialmente alla Santa Sede di esibire le prove:

> Pédophilie - La justice chilienne interpelle le Vatican

di Sandro Magister

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lunedì 23 novembre 2015

Sinodo sopravvalutato. Nella Chiesa c'è prima di tutto una crisi di fede

È ciò che sostiene il cardinale africano Robert Sarah nel suo libro "Dio o niente" e nella discussione che ne è seguita. In esclusiva l'anticipazione di un suo intervento, sul prossimo numero de "L'Homme Nouveau" 

di Sandro Magister

ROMA, 19 novembre 2015 – Nelle quattro pagine fitte del dossier che la rivista cattolica francese "L'Homme Nouveau" si appresta a pubblicare nel suo prossimo numero, la parola "sinodo" non ricorre neanche una volta. E tanto meno vi si trova citata la "Relatio finalis" che i padri sinodali hanno consegnato al papa.

Eppure, tra gli argomenti toccati nel dossier vi sono quelli che nel doppio sinodo sulla famiglia sono stati i più controversi, dall'omosessualità alla comunione ai divorziati risposati.

E soprattutto, l'autore del dossier è stato un protagonista del sinodo di assoluto rilievo. È il cardinale Robert Sarah, 70 anni, guineano, nominato un anno fa da papa Francesco prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, quindi con competenza ed autorità proprio riguardo ai tre sacramenti al centro delle discussioni sinodali: il matrimonio, l'eucaristia e la penitenza.

Perché, allora, questo silenzio?

Il cardinale Sarah è diventato noto in tutto il mondo per lo straordinario interesse che ha suscitato quest'anno il suo libro intitolato "Dio o niente", edito in Italia da Cantagalli.

Un libro che fin dal titolo mette in cima alle questioni vitali della cattolicità la crisi di fede che l'attraversa.

Dai lettori di questo suo libro sono arrivati a Sarah molti commenti, favorevoli e contrari. E nel dossier che sta per uscire su "L'Homme Nouveau" il cardinale risponde a un buon numero delle obiezioni ricevute.

Ma appunto, ciò che anche queste obiezioni rivelano ha convinto ancor più il cardinale Sarah che il caso serio della Chiesa di oggi è proprio una crisi di fede.

Una crisi che è anteriore alle questioni dibattute nel sinodo, perché tocca i fondamenti stessi della fede cattolica e mette allo scoperto un diffuso analfabetismo riguardo all'insegnamento secolare della Chiesa, presente anche tra il clero, cioè proprio tra chi dovrebbe fare da guida ai fedeli.

Arriva a dire il cardinale, a proposito del sacramento dell'eucaristia:

"La Chiesa intera ha sempre tenuto fermo che non si può fare la comunione avendo coscienza di essere in stato di peccato mortale, principio richiamato come definitivo da Giovanni Paolo II nel 2003 nella sua enciclica 'Ecclesia de Eucharistia'", sulla base di quanto decretato dal concilio di Trento.

E subito dopo aggiunge:

"Nemmeno un papa può dispensare da una tale legge divina".

Qui di seguito c'è l'anticipazione – gentilmente autorizzata da "L'Homme Nouveau" – di una parte del dossier, nel quale si nota come, per rispondere ai suoi obiettori sulle questioni discusse nel sinodo, il cardinale Sarah debba prima di tutto rinfrescare in essi i dati elementari della dottrina, comprese quelle costituzioni dogmatiche del concilio Vaticano II tanto citate ma poco conosciute per quello che dicono davvero.

Il dossier uscirà sulla rivista francese nel numero datato 21 novembre 2015:

Eccone dunque un'anticipazione, con titoli redazionali. 

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Quattro obiezioni, quattro risposte e una conclusione

di Robert Sarah


1. LA DOTTRINA, VOTIAMOLA A MAGGIORANZA


D. – Secondo uno dei miei obiettori, la Chiesa cattolica "non è solo la gerarchia dei vescovi, compreso quello di Roma, ma è l'insieme dei battezzati. Per dire qual è la 'posizione della Chiesa' sarebbe quindi legittimo assumere il parere di questa maggioranza".

R. – La prima affermazione è esatta. Ma il pensiero dei fedeli non rappresenta la "posizione della Chiesa" se non è esso stesso in accordo con il corpo dei vescovi.

Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica "Dei Verbum", n. 10: "L'ufficio d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo".

Inoltre, non si tratta di maggioranza, ma di unanimità. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica "Lumen gentium", n. 12:

"La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando, dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici, mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita".

Infine, questa unanimità è una condizione sufficiente per dichiarare che un'asserzione è nel deposito rivelato di Dio (come nel caso dell'Assunzione di Maria), ma non è una condizione necessaria: può avvenire che il magistero definisca solennemente una dottrina di fede prima che l'unanimità sia raggiunta (come per l'infallibilità pontificia, nel concilio Vaticano I).


2. LA COMUNIONE A TUTTI, SENZA DISCRIMINAZIONI


D. – Secondo un obiettore di cui ammiro la fedeltà nel sacerdozio, migliaia di preti non esitano a dare la comunione a tutti.

R. – Anzitutto notiamo l'assenza di autorità dottrinale di questa miriade di ministri sacri, per altri versi sicuramente rispettabili. Inoltre, checché ne sia dell'autenticità di questa "statistica", questa posizione mescola, tra le persone che vivono in uno stato notorio e abituale di peccato (ad esempio adulterio e infedeltà permanente al proprio coniuge, furti frequenti e gravi negli affari):

a) un fedele che finalmente si pente con il fermo proposito di evitare di cadere in futuro, riceve quindi la santa assoluzione e di conseguenza può accostarsi alla santa eucaristia, e

b) il fedele che non vuole cessare in futuro dal compiere atti di una colpevolezza oggettiva grave, contraddicendo la Parola di Dio e l'alleanza significata precisamente dall'eucaristia.

Quest'ultimo caso esclude il "fermo proposito" definito dal concilio di Trento come necessario per essere perdonati da Dio. Precisiamo che questo fermo proposito non consiste nel sapere che non si peccherà più, ma nel prendere con la propria volontà la decisione di impiegare i mezzi atti a evitare il peccato. Senza fermo proposito (e salvo un'ignoranza totale non colpevole), un tale cristiano resterebbe in uno stato di peccato mortale e commetterebbe un peccato grave comunicandosi.

Nell'ipotesi che il suo stato sia conosciuto pubblicamente, i ministri della Chiesa, da parte loro, non hanno alcun diritto di dargli la comunione. Se lo fanno, il loro peccato sarà più grave davanti al Signore. Sarebbe inequivocabilmente una complicità e una profanazione premeditata del Santissimo Sacramento del Corpo e del Sangue di Gesù.


3. RISPOSATA E ATTIVA IN PARROCCHIA. PERCHÉ NIENTE COMUNIONE?


D. – Una persona che mi scrive e la cui età ispira il più grande rispetto evoca il caso di una cattolica, divorziata in seguito a violenze coniugali, che vive come "risposata" ma partecipa intensamente alla vita della sua parrocchia. Ciò non dovrebbe incitarci a dare la santa comunione a questa persona?

R. – Riconosco la generosità di cuore soggiacente all'obiezione. Ma questa mescola o dimentica diversi aspetti. Eccoli.

1. Se si subiscono violenze coniugali, si ha il diritto di lasciare il proprio coniuge (Codice di diritto canonico, canone 1153).

2. La Chiesa permette di chiedere con il divorzio gli effetti civili di una separazione legittima (Giovanni Paolo II, 21 gennaio 2002, discorso alla Rota romana). Il semplice divorzio non esclude dai sacramenti.

3. Un coniuge che si abbandona in modo abituale a delle violenze coniugali soffre probabilmente di una malattia psichica, che forse è causa di nullità del suddetto matrimonio fin dall'inizio (Codice di diritto canonico, canone 1095 § 3).

4. Se la Chiesa dichiara la nullità del primo matrimonio, la vittima potrebbe contrarne un altro, posto che vi siano le altre condizioni di questo sacramento.

5. Può capitare che un divorziato, per delle ragioni importanti, per esempio l'educazione di figli, non possa lasciare il suo secondo coniuge. In questo caso, per potere essere assolto e accedere alla santa comunione, la persona deve impegnarsi a non compiere più con questo secondo coniuge gli atti che, secondo la legge divina, sono riservati ai veri sposi ("Familiaris consortio", n. 84). Ora, l'esperienza di numerose coppie mostra che se ciò spesso è molto difficile, nondimeno è possibile con l'aiuto della grazia di Dio, una direzione spirituale e la pratica frequente del sacramento della riconciliazione. In effetti quest'ultima permette, in caso di cadute, di ripartire più fermamente sulla buona strada, progredendo gradualmente verso la castità.

6. La partecipazione alla vita parrocchiale di un divorziato risposato non ancora pronto a promettere la castità dispone precisamente ad aprire il proprio cuore alla grazia di fare questa promessa necessaria ("Familiaris consortio", n. 84).


4. LA FAMIGLIA AFRICANA NON È QUELLA CHE CI DITE


D. – Secondo una altro prete che si appoggia alla sua esperienza di missionario "Fidei donum" in Africa, la famiglia africana non corrisponderebbe alla descrizione che ne ho dato.

R. – Io non so di quale paese e diocesi africana parli questo prete. Ma in Africa occidentale, malgrado la presenza massiccia dell'islam, nella pura tradizione dei nostri antenati il matrimonio è monogamico e indissolubile. Ne parlo nel mio libro "Dio o niente". Ho quindi affermato che "a tutt'oggi, la famiglia in Africa resta stabile, solida, tradizionale".

Non intendevo in alcun modo dire che la famiglia africana non cristiana sarebbe un modello, poiché essa soffre evidentemente dell'impronta del peccato e conosce anch'essa le sue difficoltà. Intendevo semplicemente dire che nella cultura africana in generale:

1. la famiglia resta fondata su una unione eterosessuale;

2. il matrimonio è visto senza il divorzio, malgrado il paradigma della poligamia simultanea;

3. è aperto alla procreazione;

4. i legami familiari sono visti come sacri.

Non è proprio questo che ha voluto sottolineare il mio corrispondente missionario? (Sottolineo qui la generosità dei "Fidei donum", cioè dei preti diocesani occidentali che si fanno evangelizzatori volontari in paesi di missione).

D'altra parte, la questione che egli solleva è un altra: è quella dell'eventuale progressività graduale della pastorale dell'evangelizzazione delle famiglie non cristiane, ancora imbevute di deviazioni provocate dal peccato, ma delle quali alcune tradizioni possono essere evangelizzate e servire da punto di partenza per l'annuncio del Cristo.

In ogni caso, se il mio corrispondente sembra implicitamente accusarmi d'aver ridotto "la famiglia africana" a quella che vive l'ideale cristiano, neppure si può ridurla in senso inverso alla tipologia poligama, sia di religione "tradizionale", sia musulmana.


CONCLUSIONE. IL MAGISTERO DELLA CHIESA, QUESTO SCONOSCIUTO


Per concludere, mi sento ferito nel mio cuore di vescovo, nel constatare una tale incomprensione dell'insegnamento definitivo della Chiesa da parte di confratelli sacerdoti.

Non posso permettermi di immaginare come causa d'una tale confusione altro che l'insufficienza della formazione dei miei confratelli. E in quanto responsabile per tutta la Chiesa latina della disciplina dei sacramenti, sono tenuto in coscienza a ricordare che  il Cristo ha ristabilito il disegno originario del Creatore di un matrimonio monogamico, indissolubile, ordinato al bene degli sposi, come pure alla generazione e all'educazione dei figli. Egli ha inoltre elevato il matrimonio tra battezzati al rango di sacramento, significante l'alleanza di Dio con il suo popolo, proprio come l'eucaristia.

Ciò nonostante, esiste anche un matrimonio che la Chiesa chiama "legittimo". La dimensione sacra di questo matrimonio "naturale" ne fa un elemento d'attesa del sacramento, a condizione che rispetti l'eterosessualità e la parità dei due sposi quanto ai loro diritti e doveri specifici, e che il consenso non escluda la monogamia, l'indissolubilità, la perpetuità e l'apertura alla vita.

Viceversa, la Chiesa stigmatizza le deformazioni introdotte nell'amore umano: l'omosessualità, la poligamia, il maschilismo, la libera unione, il divorzio, la contraccezione, ecc. In ogni caso, essa non condanna mai le persone. Ma non le lascia nel loro peccato. Come il suo Maestro, ha il coraggio e la carità di dire loro: va e d'ora in poi non peccare più.

La Chiesa non solo accoglie con misericordia, rispetto e delicatezza. Invita fermamente ala conversione. Al suo seguito, io promuovo la misericordia verso i peccatori – lo siamo tutti – ma anche la fermezza di fronte ai peccati incompatibili con l'amore verso Dio, professata con la comunione sacramentale. Non è questo se non imitare l'attitudine del Figlio di Dio che si rivolge alla donna adultera: "Neppure io ti condanno. Va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11)?

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Sul libro "Dio o niente", edito in Italia da Cantagalli, e sul suo autore:

> Un papa dall'Africa nera (10.4.2015)

La "recensione" del libro fatta dal papa emerito Benedetto XVI, in una lettera al cardinale Sarah:

"Ho letto 'Dieu ou rien' con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine. La sua testimonianza della Chiesa in Africa, della sua sofferenza durante il tempo del marxismo e di una vita spirituale dinamica, ha una grande importanza per la Chiesa, che è un po' spiritualmente stanca in Occidente. Tutto ciò che lei ha scritto per quanto riguarda la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia, la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo. La sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del 'genere' mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica".

Sarah è stato anche uno degli undici cardinali che alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre si sono pronunciati in difesa della dottrina e della pastorale tradizionali del matrimonio in un libro edito in inglese da Ignatius Press, in italiano da Cantagalli, in francese da Artège, in tedesco da Herder e in spagnolo da Ediciones Cristiandad.

Ed è stato pure uno degli undici vescovi africani, tra i quali sette cardinali, che sempre alla vigilia del sinodo hanno richiamato l'attenzione sull'apporto dell'Africa all'attuale stagione della Chiesa, in un libro edito in inglese da Ignatius Press e in italiano da Cantagalli:

> Erano cinque e ora sono diciassette i cardinali anti-Kasper (31.8.2015)

Sarah è stato inoltre uno dei tredici cardinali che all'inizio del sinodo hanno espresso a papa Francesco le loro "preoccupazioni" in una lettera a lui consegnata personalmente:

> Tredici cardinali hanno scritto al papa. Ecco la lettera (12.10.2015)

E i padri sinodali l'hanno successivamente eletto tra i dodici loro rappresentanti nel consiglio di cardinali e vescovi che resterà in carica fino al prossimo sinodo.

lunedì 16 novembre 2015

La Santa Comunione fai da te!!! - Sì, no, non so, fate voi. Le linee guida di Francesco all'intercomunione con i luterani


"È l’ora della diversità riconciliata", ha detto papa Francesco nella Christuskirche luterana di Roma nella quale si è recato in visita.

Una riconciliazione che per lui si sostanzia nelle opere di carità, senza troppo insistere sulle diversità dogmatiche e di "dottrina": una parola, ha detto, tanto "difficile da capire".

Jorge Mario Bergoglio ha parlato a braccio, accantonando l'omelia scritta che era stata predisposta. E naturalmente ha risposto a braccio anche alle domande che gli sono state rivolte dai presenti.

Una di queste ha toccato la questione dell'intercomunione, cioè la possibilità o no di partecipare alla stessa comunione eucaristica tra cristiani di diverse confessioni. Intercomunione che la Chiesa cattolica ammette – a particolari condizioni – con le Chiese ortodosse, ma non con le protestanti, a motivo della concezione troppo diversa che queste hanno della presenza di Gesù nell'eucaristia.

Alla domanda papa Francesco ha risposto lungamente. La trascrizione ufficiale delle sue parole è riprodotta integralmente più sotto.

Ma se si arriva alla fine della risposta, uno proprio non sa che cosa egli abbia voluto dire. In certi momenti sembra propendere per il sì. In altri momenti per il no. In altri ancora si fa scudo della propria incompetenza a decidere. Oppure rinvia tutto alle scelte dei singoli: "È un problema a cui ognuno deve rispondere".

Ed è forse quest'ultimo il succo che uno finisce col trarre. Il no della Chiesa all'intercomunione tra cattolici e luterani è stato di fatto rimesso in discussione dal papa. Un nuovo "processo" è stato da lui avviato. Non si sa verso dove. E intanto ciascuno si regoli come vuole.

*

D. – Mi chiamo Anke de Bernardinis e, come molte persone della nostra comunità, sono sposata con un italiano, che è un cristiano cattolico romano. Viviamo felicemente insieme da molti anni, condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore. Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?

R. – Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche “luci” teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. “Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue”, ha detto il Signore, “fate questo in memoria di me”, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, 48enne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: “Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?” – “Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…”. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: “Una fede, un battesimo, un Signore”, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più.
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L'amico "vescovo episcopaliano" che papa Francesco ha qui ricordato era il sudafricano Tony Palmer. E la sua vedova cattolica è ritratta al fianco del papa nella foto che correda questo servizio di www.chiesa di un anno fa, ricco di informazioni in proposito:


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La documentazione integrale, orale e scritta, della visita di papa Francesco alla Christuskirche luterana di Roma è nel sito web del Vaticano.

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